Archive for the ‘Viaggi’ Category

alcune cose successe a sofia e anche altre
giugno 18, 2009

overbookning

quando si dice overbooking.
come andarono le cose

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Nella vecchia Bisanzio
maggio 8, 2009

image-upload

abbiamo iniziato così. poi è andata meglio però (continua…)

flaneur
ottobre 10, 2008

e niente, per te ero troppo provinciale. l’ho capito chiedendoti se avresti voluto farti una vacanza con me: -“non sarai mica una di quelle che vanno in vacanza? di’, ma la sai la differenza tra un viaggiatore ed un vacanziero?“.

allora per rimediare, ho pensato che mandarti sms in inglese sarebbe stata buona cosa per la mia immagine di donna di mondo. ma no. ero ancora troppo indietro per uno come te, metropolitano dalle mille esperienze viaggiatore, ed anzi lo ero ancora di più. villica periferica e nana, non avevo capito niente, nulla, zero: sono gli sfigati che infilano ovunque le loro anglofone citazioni. i viaggiatori non cazzeggiano con le lingue: -“ci comunicano”.

more flaneur

un post altrove
settembre 30, 2008

blog&nuvole (per chi ha voglia di scrivere) qui

robottino figlio marito scappare (per chi ha voglia di leggere) qui

meglio esser scemi
settembre 20, 2008

cazzo. son cose deliranti quelle che la gente si dice litigando: “non mi aspetto che anche tu te la prenda con Tizio ma almeno ecco ti sei domandata almeno se Tizio mi ha chiesto scusa?” e poi. io che sto qui. qui a dirle qui. cazzo chi sta peggio io o loro? io o loro? dice: faccio un blog letterario. si, ma alla fine mica ce la fai a non raccontare le cose tue. ad esser solo completamente letteraria cioè. comunque. scivolo verso il clima freddo, la stufetta in bagno i piedi freddi quelle cose lì, ho un robot che pulisce casa al posto mio ed io, io sono ancora qui. mi sto innervosendo.

meglio esser scemi. 

testo: uannnn tsuuuu suriii hooore hahaha

Ridevamo forte e non ce ne importava nulla
settembre 17, 2007

flight_becky_eelbelly_f.jpgCiao bel ragazzo, ci incontriamo ancora. Senti? Incerta è la luce e pagine tremolanti nel vento ci fanno dare un bacio, un saluto, arrivederci, non è un incontro occasionale. Si si ancora, ancora. Pure se non ricordo come finisce la linea delle tue bellezze. Pure se le corse si divaricano all’incontrario sino al prossimo appuntamento.

Oggi la pioggia scola e la grondaia sbatte, ci facciamo baciare per cose da nulla. Sei tornato, quale partenza celebrerà oggi questo che noi chiamiamo amore ma che ha nomi che si centuplicano correndo? Questo sarà più bello. Quanti morti che vedremo e a quelli che non muoiono noi canteremo.

Non ci sono mai stata
luglio 18, 2007

Il pubblico s’e’ seduto e partecipa. Questo spettacolo funziona davvero. Molto pubblico, una gran risposta. Sposto i tubicini. Non si devono arrotolare per carita’, li vedi questi nodi qui? Non ci devono stare che altrimenti si blocca il flusso. Attenta. Attenta. Controllo meticolosamente con ritmo pari a quello della goccia. E poi, quando la flebo finisce, chiama subito l’infermiera, chiudi la valvola lo sai che succede se entra l’aria in una vena no? Passo il mio tempo sul palcoscenico facendo attenzione, sono certamente un personaggio ispirato ben caratterizzato, metodo Grotowski mica cazzi.

Arriva mia sorella e le passo il testimone. Mangia hai gia’ mangiato? Che vuoi dire? Sei troppo magra cosi’ non va. Mollami per favore mollami. Ma noi.Siamo.Una famiglia no?

Guardateci prego siori nella nostra grassa tragicita’ l’ingresso e’ libero, vogliamo solo celebrare la nostra storia. No. Non si tratta di esibizionismo, che brutta parola, retaggi cattolici vero? Vogliamo che qualcosa amplifichi le nostre altrimenti inutili esistenze, vogliamo la prova che siamo passati di qui. Ce lo dovete. In nome dei vincoli vari di amicizia parentela conoscenza. E delle vostre vite che scorrono scivolose senza troppa angoscia. Avete solo il vostro dolore normale che ve ne fate di un dolore cosi’ basso quale esperienza potrete trarne chi si voltera’ mai verso di voi se alzerete la voce se vorrete essere ascoltati?  Per cui sedetevi e guardate. Applaudite. Ci fa piacere ricevere apprezzamenti. Fazzoletti. Fazzoletti perche’ a volte puo’ risultare davvero dura. Sapete com’e’. E se non lo sapete allora quale occasione migliore?

Dolore insopportabile. Fa qualcosa. Ed io che posso fare? Fa qualcosa. Ed io che posso fare? Morfina morfina. Infermiera presto non so che fare. Siamo una famiglia del circo una famiglia di trapezisti con tanto di perfetta sincronia, alle dieci vado via e tu arrivi alle nove cinquanta, ci si vede domani mattina per il cambio. Ok. La perfezione. Andata. Abbiamo grande senso dello spettacolo e vestitini verdi attillati, camminiamo sospesi e facciamo tremare.

Quanto coraggio. Dio. O cristo. Poveracci. E a questo punto della rappresentazione nessuno riesce piu’ a distogliere lo sguardo perche’ siamo entrati nella parte veramente morbosa vermente splatter tessuti lacerati sangue bile dinamiche familiari sfasciate paura ed abbandono di ogni dignita’ stiamo parlando di questo genere di cose di parole comuni che perdono ogni valore e valori che non contano piu’ nulla di pelle che si gonfia si squama.

Che fai fumi? No ho smesso lo sai. Vieni qua. Avvicinati. Mi sente l’alito. Sono pulita. Te l’avevo detto no? Ma tanto. Anche io moriro’ di una morte lenta con dolori atroci ed il mio corpo cambiera’ forma ora dopo ora, assistero’ anche io alla mia sequenza di degenerazione anche io avro’ il mio quadro clinico ingravescente. Me lo sento.

La notte stessa mi metto a piangere sulla spalla del giovane dottore di turno. Non fare cosi’ devi essere forte devi essere e la mia lingua gia’ e’ dentro di lui che si muove. Pazza che fai? Lo sai che stai soffrendo che non e’ conveniente questa parentesi sessuale in uno spettacolo tragico?  Sei la solita puttana, senza cazzo non ci sai stare, vergogna. Lo facciamo in una stanza buia e scomoda ma dio quanta vita quanto coraggio sono viva sono viva devo fare questo genere di cose prima di prima che.

Raccolgo le mutande e torno di corsa. Tremo. Tremo. La flebo potrebbe essere gia’ finita. Quanto dura? Gia’ quanto? Un’ora. Da quanto sono via? Corro. Tremo. E’ ancora vivo.

E poi dopo aver scopato il dottorino mi sale un desiderio di fare ancora piu’ sesso piu’ sesso chi ne vuole venga sono piena e voglio muovermi in questa valle di lacrime io voglio sudare e tradire e sudare. Lascio il fidanzato perche’ ha bisogno di godersi le sue ferie da rappresentante con aperitivi a quindici euro e cene di pesce. Manca ancora poco. Ogni giorno la tua traccia si cancella da questo schermo che c’e’ tra noi e voi, che divide lo spettacolo dallo spettatore. Adesso non c’e’ orma non c’e’ voce. Non una parola. Il teatro e’ muto. E mai piu’ ed e’ per sempre.

Io non ci sono mai stata in queste zone buie in questo senso di vita piena e tragica. In questo silenzio io non ascoltero’ piu’ nessuno, faro’ come mi pare. E poi se ne va tutto il resto.Buio e sipario.

Un post trist
giugno 29, 2007

Comprai online un biglietto A/R roma salonicco, era il venti ottobre faceva ancora caldo e quel giorno passai i confini nazionali per andare a vivere in grecia, scelsi di trasportarmi in suolo ellenico con un aereo, un aereo dell’alitalia. Era un biglietto aperto e di colore bianco verde.

Ieri telefono al callcenter (greco). Iasas echo ena issitirio aniktò ia tin italia ta itela na ghiriso stin avgustos (traduzione salve ho un biglietto aperto per l’italia vorrei ritornare per il mese d’agosto) mipos echete mia stasi parakalò; (per caso avete un posto per favore?), la parte in greco finisce qui che era solo per fare la fica ma non c’entra nulla con il resto.

La signorina greca mi dice (in greco) che io non sono mai partita che dal computer non risulta nulla il mio nome non esiste che secondo l’alitalia io il venti ottobre potevo starmene a fare che ne so io un aperitivo o a guardare la televisione, faccia lei ma a fiumicino non è mica venuta oppure si ma si è fatta che so io un aperitivo o un giro in libreria ma il check-in quello no.

Protesto ma protesto male che in greco non mi viene bene dico qualcosa tipo questo non è verità augh. La signorina del call center sa il fatto suo e incalza: ah si? allora mi provi quel che dice, l’ha conservata la carta d’imbarco? No? E allora mi spiace ma ha ragione l’alitalia.

Io però il biglietto me lo ricordo benissimo era bianco e verde e sopra c’era scritto il mio nome, il mio fidanzato può testimoniare.

Ma la signorina mi spiega (in greco) che l’alitalia è una compagnia seria e che ci vuole la prova documentale, ci vuole.

Il rigatone e le mie due rivoluzioni sessuali
giugno 27, 2007

La mia prima rivoluzione sessuale fu passare dal sesso orale parlato a quello orale biblico. Lei era francese, che in Italia era un periodaccio per rimorchiare, e credo di dover ringraziare l’appagamento che la donzella avrebbe avuto dall’esotica suzione del mio italico pisello. Fu un pompino si, ma blasonato dall’esterita’.

Julie era bellina e veramente francese con il famoso naso all’insu’ ed un’innaturale trasognata innocenza alla Peynet che pero’ di innocente ci aveva solo l’aspetto. Cosi’, nella toilette del museo di Grenoble, mademoiselle Julie mi abbassa la patta e comincia a fare le sue cose.

Io sono rimasto senza fare niente che mica sapevo bene cosa richiede la maschia etichetta in quei casi, parlare, accarezzare la testa, ringraziare, ma questi dilemmi son durati veramente poco, il tempo di trovarmi smutandato che gia’ m’ero dimenticato di avere la responsabilita’ di un’interazione.

Poi pero’ mi sono di nuovo accorto che effettivamente non ero solo col mio pisello ma che pure c’era una donna francese la sotto che, orrore, stava transitando sul mio pene senza ritrarre la sua affilata  dentatura felina.

E invece di un pompino mi fece un rigatone. Ahi ma non me la son sentita di menarla oltre che in fondo in fondo le ero grato per almeno l’intenzione. Pardonne moi mon petit e questo si mi fece male che forse madame si stesse rivolgendo alle dimensioni del mio pisello trafilato? Che dopo il suo errore d’esecuzione la stronzetta aveva anche  il coraggio di polemizzare?

Tu ma fet un rigaton stronse dissi allora con tutta la mia veemenza francese. Que est-ce que c’est le rigaton? Certo che non lo capisci cos’e’ un rigatone inutile mangiatrice di crepes e me ne andai via dalla Francia. 

La mia seconda rivoluzione sessuale fu passare dai numerosi vagabondaggi esteri al piacere sedentario di scopate territoriali.

Basto’ farmi crescere i capelli che d’un tratto le femmine nostrane divennero tutte bendisposte ad accondiscendere i miei appettiti.

Non avevo piu’ bisogno di espatriare per avere un po’ d’amore, c’era Luisa che in confronto a mademoiselle Julie sapeva il fatto suo se mi capite.

La prima conseguenza di tale rinnovato sex appeal e’  stata quella di mandare a quel paese la signora Clarabella, proprietaria dell’omonima  osteria  in cui fino ad allora avevo investito le mie  invernali fatiche per potermi permettere il turismo sessuale. 

Luisa abitava in un altro paese ma non era certo la Francia ed io volentieri prendevo il motorino anche con la pioggia e la neve ed ogni sabato partivo per andare a farmi fare del bene.

Poi con l’arrivo della primavera ero tutto felice che quei venti chilometri col Bravo sarebbero stati meno freddi ma Luisa mentre fiorivano le viole  mi dice che la distanza aveva logorato la nostra storia e anche che era tornato Achille dall’erasmus, Achille il suo ex fidanzato.

Siccome devo averle fatto proprio pena che mi son messo a piangere a pensare che, tutto preso com’ero stato da quei  chilometri che distanziavano il mio pisello dalla felicita’,  adesso non ci avevo una lira per andare che so in Francia, allora la ragazza impietosita mi regalo’ un ultima suzione.

E quella volta, per la prima volta, anche Luisa mi fece il rigatone.

Allora ho capito che il rigatone non e’ un errore d’esecuzione ma una tecnica  per farla finita.

E poi me ne sono andato. 

Tour catala’ (fine)
giugno 18, 2007

Giorno tre quattro e ultimo: indisposicio’.

Piove della bella. Procedo invernale munita di cappuccio. E’ arrivato il momento di abbandonare il gruppo in visita all’acquario e di darsi al gastroturismo.

Nel bar america, contenti perche’ la birra costa due euro e si puo’ fumare dentro, ci strozziamo di stella artois trippa e pane al pomodoro e una liquida commozione si scioglie nei nostri palati. Laici capricci non si nega ma il confronto con i nostri compagni di gita ci fa camminare a testa ritta mentre al posto di ittici gadgets noi si va in cerca di una vagheggiata e polverosa Barcellona.

Ora, imbottita di carboidratici spuntini commisti a numerosi birrini il cagotto premestruale riprende a spingere lungo la via appena appena otturata dal catalano aperitivo. Sono comprensibilmente innervosita dallo spasmo di ormonale eziologia ma, conscia di sorreggere con la mia devozione al dirigente una simbolica compattezza ai vertici del potere, non lascio la presa e resto intronita nel primo sedile del vacanziero pullman.

L’unanimita’ decide di visitare un campo di calcio che nulla mi dice ma qui anche il dirigenziale fidanzato non mi lascia il tempo di borbotti e superbie, quello li’ e’ un luogo sacro dove ci si emoziona se poco poco si capisce qualcosa e, a proposito, il calcio ha anche una dimensione letteraria o se vogliamo poetica perche’ tu lo sappia, mica solo un’arena per ultra’ rissosi e uomini di medie aspirazioni domenicali, e’ ora che ti inizi al mondo del calcio caramia.

E, in coda al gruppo di fede rossoblu, mi inoltro con buona volonta’ e un vago senso di sopraffazione che avro’ a vendicare nel privato della camera da letto tanto per non smentire la mia indole di femminili recalcitranze calcistiche e rappresaglie sessuali.

Il programma della giornata e’ duro e noioso inoltre l’assillo di mantenermi su reazionarie posizioni di vertice va diluendosi per via della spinta sinodica delle mie ovaie, lasciatemi scodellare in pace la mesata di ovuli graziati dalla sciabola del maschio seme e me ne fotto di conservare il comando.

L’accesso al Museo Picasso fan due ore di fila sotto la pioggia. Io a me di vedere gli scarabocchi di un dodicenne ancora complessato e con l’invidia del pene non mi frega nulla che sti catalani ci voglion prender per il culo e han tirato su un’esposizione di un Pablo che ancora manco si faceva le seghe.

Cosi’ abbandono il vacanziero gruppo che di arte cosa mai ci capite, forse forse arrivaste a Fidia e non per personale quanto invece per nazionale erudizione ma a Picasso non vi ci dedicaste di certo, visto che, a guardar le di lui tele un unanime e monocorde riconoscimento di ritorno, generoso non v’è dubbio e altresì stupefatto, gli tributate, interessante molto interessante, per non parlare di Dalì, pazzo, si si pazzo, e Mirò nella via di mezzo perchè piu’ colorato che vi rassegna al limbo di muti spettatori, e adesso, tanto e’ lo sfizio di riscattare con il turismo la lacuna intellettuale, che siete disposti a rompervi le palle al freddo anziche’ aprire un libro, andatevene da soli al museo che io invece vado a ingozzarmi di frittini di pesce e panini morbidi e agliosi.

Il fidanzato resta col gruppo e accumula debito nei miei confronti.

Arriva l’ultimo giorno, me ne vo in giro con un assorbente senza ali tra le gambe, sono tesa, devo sempre riportare al centro la pezzetta che mi si sghemba e allora siccome ad un certo punto non ce la faccio piu’ mi autorizzo a litigare col fidanzato che ritengo il responsabile dei miei scontenti sinodici. Nello specifico litighiamo perchè sono le sei di mattina e ancora mi costringi a bere birra maledetto alcolizzato che ormai ci ho i follicoli che sputano luppolo, portami subito all’hotel e svengo. Un buon svenimento evita le ripercussioni di una lite seria e la coppia dirigenziale non subisce contraccolpi pesanti in seguito al tour català.

E’ fatta si ritorna, aereo, atterraggio, applauso greco, taxi, letto, casa casa.

Martin l’aeroporto ed io
giugno 15, 2007

Dieci di mattina all’aeroporto.

Attendo Ecate al varco. L’ingombrante sudamerica sta per tornare carico di progetti per un delirante amoroso futuro con me. Colpa anche mia di alcune schiamazzanti esercitazioni in una lingua che cerco di imparare che evidentemente hanno colpito la sensibilità argentina, qualcosa tipo quisiera que un poco de lo demasiado seria bastante para que pueda volver pronto y asi que ya no estarà lo que fue, seguramente tambien estaremos nosotros. Ma io stavo solo cercando una dimestichezza con il fraseggio spagnolo senza stare a badare alla sostanza, era solo per usare i congiuntivi, le subordinate. Il sudamerica replicava con inquietanti TQM ma insomma finchè se ne stava a testa in giù dall’altra parte dell’emisfero non mi preoccupavo granchè.

Invece adesso eccomi all’aeroporto che aspetto di espiare il mio impegno scolastico passato per impegno d’altra natura. Quanti uomini ho beffato con il mio piglio da ninfetta? Speravo di farla franca? Che poi questa cosa della redenzione non mi va mica bene. Intanto perché il frasario spagnolo era solo un esercizio di ripasso, e poi, ammesso il mio uso scriteriato spregiudicato facilone delle parole, ma chi lo decide che ne segue per forza il contrappasso? Chi lo dice? Dante? La stagnate reminiscenza di una catechesi commissionata a zitelle rigoriste? E se divento induista e procrastino la punizione alla prossima vita? Come mai per un indiano non c’è l’urgenza della riparazione prima che questa vita termini e per me si invece? Io manco volevo farla la comunione.

Qualcosa striscia nello stomaco, un verme solitario che ho ingrossato con fasulle promesse e che ora mi si stacca dalla pancia e s’attorciglia come un cappio. Sudo. Si è rotta l’intenzione è sparito il capriccio spagnolo. Lo vedo enorme goffo pesante, la chimica inimmaginabile tra i nostri corpi diversi finita. Lui grasso sgraziato molle io dura secca veloce.  Altro che coppia, un espediente per i tempi magri. Mi viene incontro con le braccia aperte, non riesco a guardarlo in faccia, so solo che lui adesso si è innamorato di me, inizio a grondare tanto che, dopo averlo abbracciato, noto l’alone della mia ascella sul colletto della sua camicia blu. Corro in bagno, mi passo un tovagliolo sotto il braccio è la fine. Soy tuyo, ma come fa una cossi vella a stare con un brutto come me? Me lo domando anche io.

L’aeroporto cessa di essere quello che dovrebbe essere, l’immagine di un desiderio. Invece ora per me è più che altro un mercatino per vagabondi, passeggio tra souvenir baretti e porcherie. Ho comprato una penna con dentro una barchetta che va su e giù.

Qualche ora dopo a casa sua. 

Apre la valigia e tira fuori quella che dovrebbe essere la versione australe della toga da avvocato, un regalo per me, mio dio, una toga fattasumisura, una specie di mantello di batman, una giacchetta di finto satin però lunga con le maniche che si allargano alla dracula, una cosina sobria per il carnevale insomma e mi dice soddisfattissimo mira hermosa è una toga guarda che vella, mira te gusta?

No che no me gusta no me gusta nada questo coso nero è orribile invadente inappropriato ma che si crede di fare questo qui il personal stylist il guardarobiere il fidanzato premuroso, io volevo un maschio latino senza fronzoli.

Dai provatela dale dale metitela espera che chiamo misamigos paramirarte totdosjuntos e così  mi ritrovo col poncho nero da vampira sudando come un obeso ipotiroideo in mezzo ad un girotondo di argentini che commentano stupefatti e guardano con rispetto il gesto sacro del regalo, per me è solo la pisciata del gatto che segna il suo territorio et voilà, per la comunità argentina sono la su novia.

Dopodiché inizia il supplizio quotidiano mi chiede osci te lo ha messo la toga? Como no? Te hai dimenticato? Beramente lo hai fato? Te prego pooor favoor, non te lo dimenticare più, por mi è molto importante che te lo meti y sabes? Voleva beramente farte dei ricami rossi dietro perché sea la più vella toga del tribunale vella como te e io dalli a spiegare che ci sono delle regole non è che posso entrare in aula con la bandiera argentina ricamata sulla schiena solo perché sono figa. Se poi si discute lui ad un certo punto taglia corto e dice senti hermosa io te ho fato la toga porque me hablas asì ahora?

Un anno dopo di nuovo l’aeroporto.

Che stavolta è solennemente un aeroporto. Io che di solito non voglio essere scottata dalle cose importanti della vita che me ne starei volentieri senza troppe emozioni, che non le so gestire, che mi fanno diventare matta, che per questo ho fiducia nel Lexotan, nelle soapoperas, nel centro commerciale, cose che non nutrono i sensi, che appiattiscono le volontà in un impulso primitivo a ripetere gesti quotidiani e facili, ecco io sto per andare via dal mio paese a fare non so bene cosa.

Io che sto lontana dagli sconvolgimenti perché in genere mi espongono ad una serie nevrotica di paure più o meno stupide, in due settimane ho digerito l’idea che devo andarmene al piu’ presto da qui che nella mia vita ha vinto l’amore che ora, in questa ora, sento fondamentale e non differibile, io che corro lontano da tutto quello che era mio e che ancora prima mi libero di tutti gli orpelli inutili collezionati fino a quel momento, io adesso ho un biglietto in mano pronta per muovermi.

L’aeroporto non è più la sala di attesa di spostamenti altrui. Capisco che la condizione necessaria è quella della partenza, l’aeroporto non è solo un ponte tra un luogo ed un altro ma molto di più, è segno di un bisogno a cui non è concesso distogliere l’occhio dal proprio taglio.

Per cui stavolta non compro nulla nessun gadget non voglio distrarmi resto attenta sono fissa eppure morbida resto così col pensiero che tra poco più di due ore starò nel desiderio, qualunque forma prenda sarà solo febbre. Così parto

punto

L’estate del novantatrè
giugno 14, 2007

Che me la cavo come amante ne sono quasi certo, la mia donna me lo dice sempre quanto sei bravo cosa ci hai in quelle mani mammamia mammamia e, dico, lei non è certo una che s’accontenta del primo venuto.

Non può certo immaginarsi quanto ho faticato per farmi dire quelle cose lì che ancora oggi, a volte, faccio all’amore più per i complimenti che altro perche’ a vedermela sopra di me che urla e si dimena e urla io ancora non ci credo che son capace di far urlare una donna in quel modo.

Perchè  l’anatomia di una femmina è rimasto a lungo un campo di pura teoria, ancora ci penso a quando col mio amico Cristian si andava in mansarda da lui e si faceva la pratica sulla Minnie gigante di pezza che avevamo vinto alla pesca di Don Mario. 

C’era Giovanna che, si diceva, la dava un pò a tutti ma a me nemmeno un cenno con la testa  ed io pensavo di essere un morto vivente che puo’ veder gli altri ma che gli altri non lo vedono, quella era l’unica spiegazione che mi davo al fatto che Giovanna la desse a tutti e a me invece nemmeno un saluto, ed era il mio periodo Dylan Dog, forse anche per questo avevo pensato a questa storia dello zombie.

Un giorno davanti al calcinculo mi fa ciao con la mano, ciao Diego, scusa non sono Diego e si vede che l’ho fatta arrabbiare sul serio a contraddirla in quel modo cosi’ brusco che poi da quella volta invece di ignorarmi mi grugniva in faccia. Comunque Giovanna non mi piaceva poi molto, con quel fisico da mangiatrice di carne, però a pensare che se la faceva con Fascelli, dico, Fascelli che quando io vedevo Holly e Benji lui gia’ era agli arresti domiciliari un mese si e uno no perchè in carcere ci ha l’asma e non ci può stare, mi viene ancora su la rabbia che bello non era e manco sveglio, però ci aveva il chiodo rosso e la cinta del Charro che piaceva un sacco a tutte quante.

Allora mi son messo anche io una cinta borchiata ma non avevo capito niente all’epoca che anche se le borchie ce le aveva, sopra c’era scritto El Cacho perchè mia madre l’aveva trovata al GM3 e non era di marca e quindi ancora ne’ Giovanna ne’ nessun’altra mi si filava.

Era l’estate del novantatrè ed io ed il mio amico Cristian capimmo che se si voleva trombare bisognava imparare l’inglese e andare all’estero. Mio cugino Giuseppe che vive in Olanda mi diceva tu viene qui che ci ha un sacco di fica.

E così abbiamo fatto, infatti appena arrivati ad Amsterdam incontro Kikì la donna più bella del mondo che Giovanna a quel punto li, il Fascelli poteva pure sposarselo, come poi in effetti ha fatto undicianni dopo, tra una misura cautelare e l’altra.

Kikì aveva i capelli rossi sottili sottili e le scarpe basse e mi diceva nell’orecchio you’re so nice my love, allora una sera mi son deciso, dopo il quarto litro di Guinness comincio a sollevarle la maglietta di Jim Morrison e lei mi lascia andare dove voglio quindi, segnata la prima base, questa frase non la direi oggi ma era il novantatrè e all’epoca pensavo così, capisco che tanti anni di heavy petting con la Minnie non li avevo buttati invano e sotto la gonnella da freak quella volta lì sapevo che non ci sarebbe stato una mutandone a pois di gommapiuma.

Ricordo che sudavo come un maiale, le stavo sopra e le piovevo addosso alla povera Kiki’ e intanto col pisello di fuori facevo un sacco di fatica perche’ quello non ci capiva piu’ niente e voleva solo schizzare, io facevo respiri zen e gli dicevo cazzo stai buono aspetta che poi ci fai le figure di merda e lui gia’ stava messo cosi’ e manco era entrato da nessuna parte; mentre accadeva tutto questo, io intanto cercavo un po’ random cosa fare dove andare che l’unico rimprovero che si poteva muovere alla Minnie era che le mancava l’elemento piu’ importante, quindi non avevo indicazioni sulla strada da seguire; a quel punto Kiki’ si mette a ridere e mi fa ma lo sai dove ce l’ho il buchino? 

Io, capirai, anche oggi a volte mi perdo laggiù quando sono tutto preso, anche se adesso sono un bravo amante, tendo a ostinarmi nella direzione sbagliata scambiando una qualsiasi curva per un buco, come se stessi ancora amoreggiando con la Minnie come se ancora l’errore a letto fosse privo di conseguenze.

Poi quella volta li’ non ci ho mica fatto all’amore con Kiki’.

Tour Català II
giugno 13, 2007

Giorno due: il Tempio dell’Espiaciò.

I – La rivolta

Al toccar del carrello la pista, gli accessoriati vacanzieri rilassano il culo stretto ed applaudono. Viaggiatori volgari, noi del gruppo direttivo ci si dissocia storcendo il naso.

In preda al cagotto da sindrome premestruale, allo sconforto che l’insonnia reca alla mia disciplinata regola di sonni ordinati, al pizzicore di una pioggerellina stronza e affatto primaverile, mi faccio capofila; con mano alzata e ferma tengo la guida del gruppo di sempre piu’ disumana bruttezza cosi’ da ribadire che esiste una separazione tra noi e che io milito nel baronato dei responsabili.

Ora, piantata con forza sul sediolone confortevole del pullman, mi addormento e dimentico di salutare con gioia la luccicosa Barcellona, in sottofondo un greco chiacchiericcio fa da narcotico ninnananna. Ma lontano da un senso qualunque di stanchezza, il mio fidanzato si allena al comando e m’allerta con l’imperativo morale di non far restare i catalani luoghi sfuocati dal sonno. Svegliati non dormire svegliati non dormire. Sopporto solo perche’ condivido abusivamente la reggenza.

Davanti a noi la Sagrada Famiglia. Si entra.

Con pronta indignazione la conventicola di studenti si mette a gorgogliare alle spalle del gruppo dirigente, nel gaudineggiante cantiere mancano rosoni candele cupole e per salire sulla torre c’e’ un supplemento di quota di due euro, cosi’ procedono schiacciati dal peso di un turismo nipponico, passandosi con effetto domino il testimone dello sdegno.

I dirigenti assistono impotenti alla coreografica sequenza di sfascio. Ti vedo irrequieto amore. Il fidanzato è sopraffatto dalla delicata gestione della rivolta, io per complicita’ coniugale sorreggo verbalmente l’uomo che amo e con supponenza italica alzo il tono del mio giudizio contro l’altra parte del gruppo che, nonostante gli stipendi di papa’ sciupati in grammatica e lessico italiano, non coglie il senso letterale del mio disprezzo.

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II – I rivoltosi

Osservo il volgo in rivolta che procede compatto dentro le spoglie inutili di un tempio in costruzione e che con forza vuole conservare una bicroma moneta.

Il mio edipico senso d’insicurezza trascura il maschio, distante dalle mie misogine battaglie,  e concentra lo sdegnoso sguardo sui femminili contegni.

Vulla. Verve fetish-punk. Con rigurgitante carne straccata dallo stretch out style sobbalza budineggiando fuori dalla fila facendo soffrire non poco la sua mise a guaina; si teme che il culo possa sfondare da un momento all’altro l’involucro di lattex.

Cristina. Un viso sfigurato da antichi rimpianti. Partecipe al rito ma impacciata e arrossata, indecisa tra rivoluzione e ruffiana sottomissione ancora incerta sulla leadership piu‘ conveniente, sciogliera’ le file sottovoce.

Lenizza. Bionda e stoppacciosa, rizza l‘occhio al moto sovversivo solo quando è sicura che sia divenuto tendenza; nonostante sia stata eletta gnocca del gruppo ha un ventre enorme mal camuffato da paillettame sparso e catarifrangenze varie.

Venerdi’. La gnoccasorella. Si unisce in coda alla rivolta in atto, anche se non puo‘ fare a meno di pensare quanto meglio le sarebbe riuscito lo spettacolo e quanto piu‘ copione le sarebbe stato concesso se avesse scelto una nuance per capelli slavata come quella di Lenizza.

Il mio fidanzato sepolto dal senso di affrantitudine resta elegante e ben sagomato incollato  al culo della fila fino al nostro turno che noi si riconosce il valore monumentale del tempio imperfetto, abbiamo la torre di Pisa.

La  coppia dirigente prende l’ascensore e guarda dall’alto la rivolta che si va sedando. Hanno trovato il gift shop.

Tour Català I
giugno 12, 2007

Giorno uno: sommaria valutacio’.

Da una parte noi e dall’altra loro, la classe di studenti di moccioso temperamento, di collegiale sovraeccitazione vacanziera, visibilmente instabili per la mole del bagaglio da trasmigrazione transoceanica. Sono in maggioranza e si accalcano attorno all’insegnante bello italiano, della di lui consorte non gliene frega niente, nemmeno ai maschi, che so, la rappresentazione che l’immaginario collettivo ha dello straniero sara’ innestato su posizioni razziste.

Cosi’ gia’ li odio e scruto ingobbita dalle poche ore di sonno i loro vestiti buoni da evento sociale, i pantaloni stretti nella loro pantalonita’ anniottanta, le scarpe da femmina che mondieu conformi alla moda di qui sono ciabatte a punta tonda e colori troppo sgargianti per una stagione che s’incaglia in piogge sparse come questa. E le acconciature, come sempre le donne ringhiose e pugnaci precedono per bruttezza i maschi, gonfie chiome con sintetica architettura di gotiche frangette e stoppaciosa consistenza, colorazioni aggressive per smungere le slavate nuances. I volti sono maschere inabissate in fard e fondotinta apprettate alla luce del neon, unghie lunghe rossofuoco o rosaconigliopasquale. Malanimo da competizione femminile.

Basta cosi’. Per ora. Non che i maschi non abbiano il loro perche’ sebbene oscurato dalle femminili evidenze. Svetta ad esempio il cupissimo ma molto maschio uomo di tradizione con al seguito compagna solerte e silenziosa di identica giacchina in similpelle. Guarda eretto l’umanita’ desolata con occhio immobile. A calibrare la compostezza della ieratica postura gli servono due moti divergenti, quello rotatorio dell’antistress che non smette mai di rigirarsi tra le dita e quello periodico della masticazione della gomma.

E poi, dicevo, dall’altra parte ci siamo noi, i responsabili della disumana congerie di vacanzieri, viaggiatori a sbafo ed ignari dispensatori di fiele. Io in verita’ senza alcun ruolo direttivo ma attaccata al culo del fidanzato bello italiano passo per osmosi di ruolo il che mi rende immune da qualsiasi rimprovero dal corpo docente ed aprioristicamente invisa alla mocciosa classe. La mia sociopatia, vuoi per il muro linguistico vuoi per saccente senso di superiorita’ che ti inculcano i professori del liceo classico, mi restituira’ il loro contraccambiato sguardo ostile e perplesso. Partiamo. Sono solo cinque giorni ma la stiva del titanic era piu’ leggera.