Archive for the ‘Psicosi’ Category

cose dell’italia
ottobre 8, 2010

ora siamo a cerreto, lui l’ha anche scritto sul suo profilo facebook posto in cui ti trovi ora cerreto d’esi, così ho capito che non c’è niente da fare, siamo proprio a cerreto. prima fingevo di stare ancora in vacanza, una vacanza lunga certo, quasi un periodo sabbatico, una di quelle estati che torni alle tue vecchie abitudini, dici che bello sì ma alla fine  poi riprendi la nave ancona-igoumeitsa e tiri il fiato. invece ormai è autunno e siamo ancora qui. a cerreto.

siamo a cerreto in una villetta tipo wisteria lane -gentile concessione dei partenti ricchi- io dico che la strada odora di cimitero e che c’è troppa poca gente in giro, lui s’impermalisce e tira in ballo la natura, la vita a misura d’uomo eccetera ma a me delle passeggiate e dell’aria buona non frega niente.

a cerreto fanno la festa dell’uva, -un evento imperdibile – mi fa lui per tenermi buona -ora ti ci porto.
alla festa dell’uva siamo io e un paio di ragazzi coi pantaloni bianchi stretti e le scarpe a punta, ci sono un milione di luci stroboscopiche tipo rave party cerreto, sullo spiazzo del parcheggio campeggia il tiro a pistole (documento fotografico in calce). mi lascio ingannare dall’atmosfera sovietica,  rido poi penso che stavolta non ho nessuna nave ancona igoumenitsa  da pigliare e mi viene il lagrimone; allora lui con la sua espressione da bellimbusto mi dice: -L’AMBIENTE NON E’ IMPORTANTE SAI, SONO LE PERZONE CHE CONTANO NON IMPORTA DOVE VIVI.
abbasso lo sguardo e scappo via, esco dal fascio di luci delle piste da ballo vuote, corro verso i campi con le zolle altissime, mi lascio inghiottire dal nero della notte cerretana, via presto, al porto al porto!
-ma dove vai- mi fa lui.
che ne so dove vado,  scappo perchè no, non è come dici tu che te ne vai in giro alla festa dell’uva con quella faccetta rassicurante e speri che non mi accorga delle menate che dici, non è vero che l’ambiente non conta perdìo, conta eccome, io qui per esempio quando salgo sul treno capisco tutto quello che dicono e ho un’ amica che usa parole come intellettualoidi e bipedi infastidenti robe così e se anche gli amici greci le avessero mai dette  (e non lo facevano chè erano persone per bene) io tanto non l’avrei capito.

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come se te l’avesse ordinato il dottore
giugno 10, 2010


dillo, su avanti: sei simpatica non si discute, è solo che a volte che palle il dialogo, e allora vince la pigrizia.
sacrosanto.
ma ormai la tua collezione di cavalli di battaglia è diventato un archivio di seconda scelta, dillo su, ammettilo: fai sbadigliare il tuo fidanzato.
perchè per intrattenere i fidanzati non puoi mica pescare dalla tua aneddotica preconfezionata, no: l’intimità esige freschezza.
ma che ci vogliamo fare, gli effetti collaterali delle relazioni durature, sai.
-sei monomaniacale, parli sempre di <inserire un cavallo di battaglia a tua scelta> – fa lui magari dopo l’ennesima sessione bulimica sull’internet.
allora tu ecco cosa devi fare: rimuovi la mortificazione, fregatene della ferita narcisistica -detto tra noi ci ha pure ragione, quante volte sono che racconti di quella volta che <inserire un cavallo di battaglia a tua scelta> eh? francamente due palle- e con subdolo transfert rispondi che avete un problema che lui sembra distratto lontano ma mi ami ancora?
capito che devi fare? bisturizza la coppia, almeno ora siete emorragici entrambi.
e ricorda: non abituarlo mai ad alti standard di conversazione che, se non la pigrizia, l’imbarazzo di una vita senza accadimenti, è sempre la minaccia dietro l’angolo della passione.

una viveuse
marzo 20, 2010

sono due volte che chiamo mia madre per dirci ciao sono la tua figlia emigrata ti manco lo so vorresti che tornassi eh, ma come si fa, c’est la vie e che lei invece mi riattacca dicendo -nemmeno si prende la briga di inventarsi qualcosa di nuovo- scusa scusa sono in ritardo devo andare con laura che dobbiamo informarci per il compost.
-eh?
-il compost, sai. come fosse antani. vabbè, cia’.
-mamma?

così richiamo e parlo con mia sorella. le solite cose: come sta il cane, dimmi bene la ricetta per la cicerchiata, ah, a proposito, tuo cugino ha pubblicato un’altra foto mentre fa il saluto romano (eh. abbiamo un cugino fascista), allora che fai stasera?
-mi leggo il Don Chisciotte.
-uh.

così poi quando il venerdì sera rimango col culo incollato sul divano, penso alla mia famiglia e non mi sento poi così nevrotica e/o sociopatica.
sì. anche quando l’unico dolcetto in casa è lo sciroppo per la tosse e ti pesa troppo il culo per uscire a comprare qualcosa di diverso e allora poi, sai com’è.

Of DJs and Men
febbraio 27, 2010

nemmeno ci hanno portato le birre e ti ho già fatto il quadro completo della mia situazione.

ora mi guardi così, con la tua faccia da già. già, deve essere terribile non sapere se affogarsi in piscina o sanguinare fino alla noia sulla poltrona di vitello dello psicanalista junghiano.

come al solito non capisci. sì, avere una piscina in casa aiuta ma non basta. hai presente quella fatica per tutto? credi che non mi vergogni di soffrire anche solo perché il parrucchiere sbaglia il colore? devo sempre stare col culo tirato chiedendomi e questa volta chissà come uscirò di qui? guarda qua, ma lo sai che razza di colore è questo?

scuoti la testa.

è castoro, sissignore. castoro. ma non faceva che ripetermi con la sua autorità frocia tesoro è il must della stagione, molto caldo/naturale. ma non lo sai che è il colore di mischa barton? capisci? così mi ritrovo ad avere la testa del colore del mio cane -ed il mio cane, per quanto lo ami, è un brutto cane col pelo d’un ruggine spento- e a piangere per giorni. uno dei momenti più bassi della mia vita, e t’assicuro, che ce ne sono molti.

annuisci. -certo -dici -certo che pure tu. a farti i capelli come sandy marton forse te lo meriti ora quel colore.

no. non sei tu quello che non capisce, sono io. devo smetterla di uscire con un diggei.


Volevo il Dolceforno
novembre 9, 2009

dolceforno11Circa una volta l’anno compio il mio capolavoro in cucina, così ieri presa dal trip domenicale ho steso una sfoglia all’uovo che ci siam commossi tutti quanti (successo documentato con le fotine).
C’è stato tuttavia un attimo mentre preparavo le tagliatelle in cui il mio sguardo s’è posato sul blender, come ho detto è stato solo un attimo ma tanto è bastato perchè innescasse la compulsione.
E mentre già impugnavo l’arnese era partita in sincrono anche la musica di Psycho: “EHI CHE NE DICI SE PASSO TUTTO AL BLENDER EH?” (bava alla bocca, occhi inettati di sangue).
Nella mia testa solo una voce, l’input primordiale: BLENDERIZZARE. BLENDERIZZARE TUTTO.
Così ho ieri capito che.
Uno: la mia personalità è stata influenzata dagli eventi tra i due e dieci anni, dopodichè per me non c’è stato più nulla da fare.
Due: quella che doveva essere la funzione educativo barra ricreativa dei giocattoli in realtà è stato un buco nero, il ricettacolo delle mie nevrosi da adulta.
Ecco una lista (non esaustiva) della fenomenologia appena descritta.

Da piccola non ho mai avuto il Dolceforno Harbert, era il gioco più bello di tutti, io lo volevo più d’ogni altra cosa al mondo ma nessuno evidentemente mi amava abbastanza da comprarmelo; questo spiega senza dubbio la mia compulsiva tendenza a blenderizzare ogni cosa.

Ad un certo punto possedere il Dolceforno smise di essere una questione di svago e divenne uno status, solo le bambine più fiche ce l’avevano, praticamente il corrispondente adulto di quelle con il maglioncino di cachemire. Fatto che compensavo ripetendomi che, pur non possedendo l’oggetto dei miei desideri, potevo contare su una personalità e che anzi, proprio per quella mancanza, io ce l’avevo una personalità. Anche questo spiega il mio essere contemporaneamente repressa e colma di spocchia.

In compenso avevo la bambola Sbrodolina e alcuni dei miei parenti ancora oggi si domandano stupiti come mai non abbia ancora fatto un figlio.

La casa di Barbie non era quella originale me l’aveva costruita mio padre ma a me piaceva anche di più; ecco perchè oggi sono una fan dell’Ikea e di tutto quanto riporti la targhetta CONVENIENTE OFFERTA SVENDITA.

Io alle barbie tagliavo i capelli e facevo fare scene di sesso lesbico perchè non avevo Ken ma del maschio nessuno sentiva la mancanza. Per cui oggi sono incapace di accettare un’uniforme distribuzione del potere all’interno della coppia.

A Cicciobello i conigli di mia nonna gli avevan mozzato tutte le dita, per cui sin da piccola ho imparato a rispettare i conigli.

Ricordo infine di come passassi ore ed ore a truccarmi coi trucchi finti, poi  uno ti dice accetta serena il passare degli anni, ma perlamiseria allora POTEVATE FARMI GIOCARE CON IL DOLCEFORNO NO?

Qui per le fotine.

Signorina?
ottobre 26, 2009

psycho_l

Ti piace il tuo lavoro?
Sì guarda da matti, col mio capo    facciamo un sacco di giuochi divertentizzimi.
Per esempio?
Per esempio facciamo adesso siamo poveri.
Sembra divertente.
Lo è. Per esempio se accendo l’aria condizionata, tempo due minuti lui corre nella mia stanza.
-signorina.
-sì.
-che facciamo?
-eh, che facciamo?
noi non accendiamo l’aria condizionata. costa. sa, noi spendiamo troppo.
– eh ma io freddo.
– signorina lei è l’unica che mi accende l’aria condizionata, perchè noi invece non abbiamo freddo?
– eh ma io essere unica che avere stanza senza termosifone.
– la smetta perdio di scaldarsi con l’aria condizionata, sì?
E poi c’è adesso facciamo che tu sei la segretaria ed io il padrone del mondo ahahah.
– signorina mi è arrivata questa multa qua.
– eh.
– non la voglio mica pagare.
– ah. possiamo fare riscorso al prefetto.
– sì brava, chiami il prefetto e gli dica che sono un cavaliere della repubblica.
-ma come ma io mica…
-e un console, sì sì dica che sono anche un console.
-sì però non posso mica…
-oh che palle signorina che mi fa venire insomma io quella multa non la pago!
Adesso facciamo che non ci sono.
-signorina, non ho mica voglia di andare all’appuntamento di tizia, la chiami e le dica che l’avvocato è mooolto impegnato in tribunale che ne avrà fino alle sei, no alle sette dica.
-va bene.
Chiamo. Disdico.
Adesso invece facciamo che ci sono.
-signorina ci ho ripensato, mi chiami tizia e me la passi.
-ma.
-me la passi.
-le ho appena detto che è in tribunale.
-ma io ci ho ripensato. voglio parlare con tizia.
-magari se la chiama lei dal cellulare…
-cosa.
-magari poi tizia pensa che lei sta in tribunale.
-sì ma se la chiamo io poi che gioco del cazzo è questo, no?

No no, il lavoro è bello e ci si diverte.
Sono io che sono negata per i giuochi di ruolo.

Gotta be strong
ottobre 22, 2009

oh my

L’altro giorno mi faceva male l’alluce. “Cosa può essere?” chiedo. “E’ la gotta” mi fa lui, “la riconosco, mio padre ce l’ha”. Ora.  L’esser malaticcia il più delle volte mi eleva ad esistenza pallida e sofferente, le persone cagionevoli di salute attirano compatimento e sono tanto sensibili per cui va bene.
Non si può ignorare però l’efficacia suggestiva di un nome.
Se dico che ho mal di testa penseranno poverina quanto pensa, cervellotica.
Già col mal di pancia ho più di pudore, dove è la zenzibilità in un intestino bloccato?
Ma la gotta.
(Anche se non so cos’è la gotta).
La gotta no.
Perdio.
Persino il mio amico Juan il fricchettone  -per lui tutti gli esseri umani hanno pari dignità, figuriamoci le malattie-  si è messo a ridere quando gli ho detto che  forse ho la gotta.
AhAhAhAh, non la smetteva più, AhAhAh ma la gotta è roba da vecchi, io facevo un sorriso tirato, AhAhAh, ma intanto mi era salito lo sconforto. Perchè, ditemelo voi, quale fascinazione resta ad una donna con LA GOTTA EH?
Sì sì sì lo so, tutto questo ha a che fare con la mia insicurezza bla, dovrei fregarmene bla, rielaborare i traumi infantili bla.
No. Io alla rielaborazione preferisco la rimozione, così ieri mi son vista Battlestar Galactica The Plan che ormai sono ad un punto di assuefazione tale alla serie che non capisco più se mi piace oppure no, cioè succedono cose che un po’ dici ma che minchia fanno?
Ma a quel punto basta invocare la cosa della sospensione della realtà, “Ah beh allora non parlo più” mi dico e poi io sospesa dalla realtà ci vivo: nella mia vita ho studiato solo codici e sentenze e son scappata in Grecia ad insegnare grammatica in greco, per forza che poi mi bevo ogni cagata.
E comunque, quando mi sento triste per via della gotta, il mio lavoro mi aiuta; penso allo sguardo vitreo di Aris ieri sera: “Aris, allora come-ti-chiami? Rispondi dai”.
Aris barcolla suda, allunga l’occhio al quaderno del suo compagno di banco.
“Aris” lo incoraggio ” dai, io-mi-chi… rispondi, io mi-chia… io mi chiamo…”.
“Sa…Salonic?” fa con labbro tremulo.
La gotta forse è niente.

è stata una cosa da poco la giovinezza
settembre 23, 2009

Anni: quarantadue oggi.
Tutti mi chiamano, mi dicono auguri Adriana! Ci vieni stasera al ristorante giapponese?
Ma non so, rispondo io.
Nella mia età di mezzo, cosa vengo a fare.
Che senso ha uscire adesso che la mia pelle è un laghetto ghiacciato e teso dall’acido ialuronico?
Sono ancora bella?
Quanti uomini ho beffato col mio piglio da ninfetta.
Mi sembrava di esser scivolata sulla mia età, avevo questa serie nevrotica di fidanzati giovani; una matassa d’affetti fatta di ragazzini senza peli e troppo melensi, di ex fidanzati rigidi, di piscina e discoteca, magrezza e minigonne.
Percorrevo le giornate sulla superficie levigata di una gioventù tardiva probabilmente ma comunque bene accetta, scoppiata all’improvviso sopra la pelle e generatrice di una corsa degli eventi elementare e spensierata.
E sempre mi lagnavo che ero stanca che avevo bisogno di riposo, di stare lontana per un po’ dalle scene, imbruttirmi, restare con i miei cinque chili di troppo, essere depressa e quarantenne.
Poi stamattina mi son vista il culo allo specchio.
Un culo di merda.
No.
Non sono bella.
Riposo un cazzo -mi son detta infilando una siringa di botulino sulla chiappa- che ci facevo dentro casa quando non avevo ancora la pelle ispessita dall’esposizione solare prolungata?

E’  stata una cosa da poco la giovinezza.

La triste storia del povero Fuccio (dell’orrido Ricky non ebbi cuore di domandare)
settembre 17, 2009

Ieri sono uscita con Francesca e con Rosa. Francesca sta con l’orrido Ricky. Rosa col povero Fuccio.
“Senti un po’” -domando io ad un certo punto alcolico della serata- “ma come mai lo chiamate povero Fuccio?”.
“Allora”-mi fa Rosa pigliando un bel respiro- “a me piacciono i cazzi piccoli. Si, proprio così. Io sono una donna piena di complessi -troppo bassa troppo grassa non ho finito l’università mi mangio le unghie- e quello che non ha rovinato mia madre ci ha pensato il senso di colpa cattolico, così, insomma, a me scopare non piace e i cazzi grandi mi intimoriscono. L’uomo col cazzo piccolo invece non ha pretese, è dolce, ti sta vicino e sa apprezzare quel che viene perchè riconosce che è tutto grasso che cola”.
“Ah”-faccio io finendo d’un fiato la birra- “capisco”.
“Ma aspetta, non è mica per questo che lo chiamiamo povero Fuccio“, interviene Francesca.
“Ah no?”.
“No. Una volta eravamo ad una festa, Rosa aveva litigato con l’allora Fuccio e basta, aveva bevuto un po’…”.
“Un sacco” precisa Rosa.
“Sì, un sacco e andava ripetendo a chiunque Incredibile. Ha delle pretese. Incredibile. Giusto Rosa, confermi?”.
“Giusto, quella sera si era comportato da autentica testa di cazzo e con un pisello di nove centimetri non è che te lo puoi mica permettere”.
“Concordo -continua Francesca- “Insomma a mezzanotte arriva Rosa e ci presenta Juan Manuel, argentino con la passione per la Formula Uno e le t-shirt smanicate. Rosa dichiara: Io Fuccio lo amo ma con Juan Manuel non ho bisogno di domandare in continuazione sei entrato? sei entrato?“. Passa il cameriere, ordiniamo una terza birra. “Ecco. Da qui il povero Fuccio“.
Niente. Non ce l’ho fatta a chiedere anche dell’orrido Ricky.

mai più ad un concerto ska
maggio 21, 2009

maledetti fricchettoni fricchettoni maledetti: m’avete incastrato, sapevate della mia asocialità, delle mie diserzioni di fronte a certe rumorose mondanità, così m’avete pigliato in un momento di debolezza, uno dei rari sprazzi di vitalità -stavo sorseggiando un mojito in un bar di tendenza e (orrore) avevo anche le unghie colorate- capite bene come mi sia lasciata trasportare dall’entusiasmo del momento, eppoi, bifidi manipolatori, la domanda era suggestiva, conteneva già la risposta ma io ero già al quarto bicchiere: “c’è il concerto degli (non posso, mi vergogno), che ficata eh? che ne dici, ci andiamo insieme a juan?”.

Si, proprio lui: juan il fricchettone assoluto, quello che non ha bisogno di riscaldamento per vivere nè di stupidi orpelli come, chessò, un internet, un telefono, un surgelato ogni tanto.

Così mi son ritrovata in mezzo a squadroni di sedicenni punkabbestia e brufolosi, pieni di odio verso il sistema, troppo ribelli e rivoltosi. almeno passatemi una canna o sono troppo composta, troppo pettinata, troppo anziana per voi?

continua

raccapriccio balcanico (con annessa colonna sonora)
maggio 11, 2009

ora che l’han fatto cavaliere, il mio capo non sa che fare. è un problema, cioè, come si terga: “cav. avv.” o “avv. cav.”?  e come ci si presenta al pubblico: “piacere, cavaliere avvocato” o “avvocato cavaliere”? senza contare poi il console, il tesoriere, il diritto pascolatico e tutte gli altri scudi gentilizi che ha collezionato nella sua vita da barone.
sarà ridondante? che dice? dove lo infilo adesso cavaliere, eh? senta, per cortesia, mi faccia una ricerca, è un lavoro importante, non creda: si tratta di chiedere in giro, veda un po’ sull’internet, insomma,  lei che è intelligente mi scopra dove mi si posiziona ora il cavaliere nella mia sfilza di blasoni. conosce mica qualche cavaliere lei?
delusissimo dalla mia scarsa dimestichezza con la materia e col jet set, mi liquida infine con un’ultima richiesta.
signorina, dobbiamo comunque pubblicizzare la cosa. senta, facciamo così: quando risponde al telefono faccia finta di confondersi, dica adesso le passo il cavaliere…oh, no volevo dire l’avvocato. anzi, meglio, dica una volta le passo l’avvocato ed un’altra le passo il cavaliere. intanto che completiamo la ricerca.

fenomenologia del processo decisionale comitivale o della comitiva (li mortazzi sua).
marzo 25, 2009

il cameriere ti dice che stanno per chiudere. 
qualcuno domanda “dove andiamo ora?”.
a questo punto si palesa una diffusa mancanza di polso, la generale assenza di risolutezza.
nessuno che s’imponga sulla massa abulica.
nessuno capace di decidere da seduto.
nessuna intelligenza può sconfiggere il fenomeno.
perchè il processo decisionale va compiuto fuori dal locale.
“andiamo, decidiamo fuori”.
anche se è freddo. anche se piove. anche se si poteva fare dentro. più comodi.
fuori si confrontano le varie fazioni.
la frangia estrema del rock bar che propone un rock bar.
i moderati che preferirebbereo un bar ma senza il rock, ma al limite gli va bene tutto.
e poi ci sono loro: i maledetti fricchettoni figli della natura che, sentite qua, cosa ti propongono sotto la pioggia e con dieci gradi “una passeggiata sul lungomare” (freddo umidità schizzi e vento).
si tenta di comporre il conflitto.
ma è troppo freddo e i toni si inaspriscono. il disprezzo diventa aperto.
l’insofferenza sale.
arriva lo scoglionamento.
qualcuno nota che comunque ridendo e scherzando si son fatte le tre.
vanno tutti a casa.

io e il mio loop. cristo, quando finirà tutto questo?
marzo 24, 2009

Prologo

quando si faceva intervallo a scuola, era un periodo che andava di moda il galak o il ciocorì,  tutti ci avevano o il galak o il ciocorì.  io no. l’educazione spartana impartita a casa mia, non tollerava acquisti voluttuari. e, se in un impeto di disperata ribellione comunque chiedevo a mia madre i soldi per la merenda, poi lei mi metteva su la faccia da figlia mia, come ci deludi. ci farai diventare poveri con le tue pretese.

Il trauma. La meccanica del loop.

continua

la schiacciante vittoria di sabato a tabù e la svolta cattolica del nostro amico juan.
marzo 23, 2009

per il compleanno del nostro amico fricchettone juan abbiamo pensato ad un regalo che rispettasse i suoi gusti chè noi non siam di quelli che quando scelgono regali si fanno i cazzi loro, no.

-dobbiamo andare in un negozio che rispetti i gusti di juan, il fricchettone.
-ma certo. per forza.
così siamo andati al carrefour e, dopo aver ristretto la scelta tra tabù (in greco) pictionary (in greco) e subbuteo (in greco), ci siam detti, sempre rispettando i gusti del nostro amico juan il fricchettone: “facciamogli vedere a ‘sti greci come li battiamo anche in un’altra lingua!” “ma si! stracciamoli!”.

che io, maledizione, sono una di quelle persone sfigate che quando gioca si trasforma e che venderebbe la sua cagna lozza per vincere un giro a tabù, ma la verità è che si doveva dare una lezione al nostro amico juan il fricchettone che, siccome è fricchettone, vive in un mondo in cui secondo lui non esiste la competizione e son tutti solidali, allora poi, quando il mondo si rivela per quel che è, lui si rattrista, non capisce, e si rinchiude nel suo bozzolo speculativo.
– iddiosanto, a trentacinque anni, non si può essere tanto ingenui!
-ma certo. dobbiamo dargli una lezione!

ora. non so che lezione ne abbia tratto, che prima di andare via, erano circa le sei della mattina, il nostro amico juan, dismessi i panni del fricchettone e abbracciato il cattolicesimo, ha cominciato a dire cose tipo porgi l’altra guancia, non criticare, siamo tutti fratelli; cose che normalmente ci avrebbero fatto incazzare assai, da prenderlo per il colletto (anche se lui non porta mai il colletto che è fricchettone) e urlargli Che cazzo dici? Che cazzo dici? Che cazzo dici? Ma a quel punto eravamo troppo gongolanti per la nostra schiacciante vittoria e, dell’inquietante svolta di juan, ce ne siamo sbattuti. chè, tronfi e tacchini, pensavamo ai cazzi nostri.
– ma ti rendi conto? li abbiamo stracciati.otto parole di fila. otto.
– ma certo. e tutto in greco. è anche una vittoria morale.
– già. che i greci, nella loro lingua, sono riusciti a perdere contro degli stranieri semianalfabeti. è che abbiamo tecnica.
– e intelligenza.
– non ci potevano credere, gli stronzi.
– siamo dei fottuti geni.
– ma certo.

che con una vittoria così, dopo non ti frega più di niente e di nessuno.

abbastanza paura
febbraio 27, 2009

la mia collega di lavoro mi fa abbastanza paura, si.  stamattina è entrata in cucina e s’è messa ad urlare “cos’è questo zucchero qui per terra?”. l’altra ragazza s’è saputa difendere prontamente: “ah, io non uso zucchero”. non rimanevo che io, la povera italiana scema che si fa fatica a farle capire come vanno le cose da queste parti, un po’ per via della lingua, che si prova ogni tanto ad andare da lei e raccontarle qualche barzelletta in greco ma quella deficiente rovina sempre tutto che mentre racconti ti ferma in continuazione “che significa questo, che significa quello” e che due palle. e comunque dopo che uno si fa il culo per spiegarle tutto, almeno ridi cretina.  d’altra parte, fatti suoi se non vuol socializzare ma la politica di questo studio legale è meglio che le entri in testa.  che se la donna delle pulizie va in ferie noi si pulisce lo studio, il lunedì mattina, prima che arrivi il capo. perchè credi che assuma solo collaboratrici  femmine eh? che se la sua gnocca di turno ti chiama “sono sotto lo studio, venite a caricare un po’ di cose dell’avvocato” noi lo si fa, gli sci, gli scarponi, la merenda, mettiamo tutto dentro senza sbuffare  ed auguriamo alla coppia presidenziale un felice viaggio. capisci? capito cretina?

Io ho abbastanza paura, si.