Archive for the ‘disamori’ Category

Protetto: hai mai letto sciopenauer? leggiti sciopenauer
ottobre 20, 2010

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come mi capisci tu
maggio 13, 2010


disclaimer: tratto da una storia vera. la crisi di mezz’età come generatore automatico di rincoglioniti.

sai, secondo lei tu non hai carattere. no, non fare quella faccia, che ci posso fare: l’ha detto lei, mica io. non è una stronza, dice quello che pensa e che ti faccia influenzare da tutta questa storia di me e lei , bè, non si può negare. guarda ora come sei tutta nervosa. siamo amici, questo lo sapevi io te l’avevo detto. nemmeno mi piace guarda. non è il mio tipo, tu invece. il fatto è che intellettualmente ci troviamo, capisci? parliamo di tutto -chessò- fotografia filosofia politica,  il tempo passa e non te ne accorgi. con te è un’altra cosa, più intenso capisci? ma in un modo diverso. è che questo sentimento mi spaventa. mi confonde. questa cosa a cui non voglio -non so- ancora dare un nome. tu sei più bella. non te li darei mica trentacinque anni, guarda, nemmeno un filo di cellulite. lei è solo un’amica, non puoi chiedermi di rinunciare ad un’amica, giusto? sì, che c’entra a letto mi sarà capitato di finirci ma poi  mi sento a disagio a tenerle la mano in pubblico, questo per te non conta niente? non fare il broncio su, sai, dovresti imparare ad essere meno musona  a farti scorrere le cose addosso. che brutto carattere che hai.  sai,  tanto quando invecchieremo saremo tutti brutti. sarò brutto io sarai brutta tu, ci appiattiremo tutti sul livello estetico che lei ha già. a volte mi domando perchè tanta fatica; cercare una donna carina e senza troppa cellulite -no, non tu amore, tu non ne hai affatto era un ragionamento così, in astratto- quando si tratta di un investimento a breve termine. tanto vale avere accanto qualcuno di cui ami la testa,  il culo tanto quello che ti piaccia o no, prima o poi ti farà ribrezzo. capisci? dio. com’è difficile. senti, ho bisogno di tempo. devo riflettere.  ti chiamo io se per te va bene. come mi capisci tu.

essere carrie bradshaw ovvero vita da montanara
febbraio 18, 2010

sapete, quella cosa delle gite fuori porta per trentenni col culo a forma di frau o con la voglia matta di partire prima o poi, mollare tutto sì, perchè oddio il cemento il caos i parrucchieri con le luci al neon eccetera. il gruppo di vacanzieri è  misto -amico di coppia d’amici di amico gay eccetera- quindi poi c’è tutto lo strazio delle presentazioni -parlami un po’ di te dài, che fai tu nella vita?

i maschi non oltrepassano il loop delle premesse,  birra su birra; le femmine  invece sono più consone a quella triste capitolazione emotiva del raccontarsi le proprie intimità sessuali. nessuno fa caso all’abito, al nervo scoperto dell’ingombro da stoffe pesanti, perchè non stiamo parlando di una cosa da vip, di uno di quei rifugi di montagna superiscaldati con i lavandini flat.  no, qui c’è la stufa, una, c’è il tempo da passare seduti a presentarsi (maschi) a parlare di cazzi (femmine). nessun cervello veloce. morire. di. noia. l’unica cosa extreme è il mio mascara.

la famiglia che ci ospita vive in mezzo ai boschi. lui è andato lì per per non far crescere  i bisogni e per distruggere i palazzi e tutte le umane relazioni che li ospitano, è fanatico e settario ma senza nessuna cattiveria dottrinale -dice “voglio costruirmi una casa di paglia”. io rido “ah ah ah”, lui resta serio, “non mi pigli in giro vero?”.  “non scherzo mai su queste cose”  mi fa aggrottando le ciglia -paura- e vabbè, mi giro e ritorno a parlare di cazzi anch’io.

lei costretta dall’amore a questa vita in cui guardarsi allo specchio è un inutile esercizio di crudeltà, a questa vita fricchetton-morbosa, tipo passiamoci le canne, tipo siamo tutti una famiglia anche se solcazzo chi sei tu con quelle scarpe da fichetta di città, ti faccio vedere il mio orto?

non me ne fotte una sega del tuo orto, sono otto ore che stiamo seduti intorno a questa stufa a parlare della rava e della fava, non che io sia da meno sai, mi difendo bene anch’io nell’esercizio dell’infelicità e non sto parlando solo di alimentazione suicida eccetera. io sono la semina grottesca, sono la claustrofobica, lo so, guardami pure storta con quella mia frangetta da idiota che per vivere come fai tu ci vuole uno sguardo basso e leggero che non ho. e oggi sono carrie bradshaw.

please be kind
febbraio 16, 2010

il sarcasmo no, abbiamo detto. questo è un momento triste e solenne, bisogna essere civili.  non si tirano i piatti, ora c’è quella cosa civile della separazione dei cespiti. finito il rumore finite le grida non si piange più, siamo gente matura.

non rido sai, è solo un grumo di pignoleria che s’appunta nell’occhio. se vogliamo dirla tutta -ma non vogliamo che oddio il sarcasmo– è quel galateo vile che ti scrosta, è lo spazio profondo delle tue amarezze che battaglia le ingiustizie subite  – che del resto sostanziano l’eziologia del guarda cosa siamo diventati, quel che è giusto è giusto- eccetera.

io, fosse per me, resisterei anche alla fatica e all’assillo -voglio dire, abbiamo lo xanax abbiamo i bagni separati eccetera- poi però c’è lo scrosto, il collasso, c’è la faida domestica eccetera , ci sono tutte le ore che ti levano di corpo qualcosa finchè ce n’è da levare -ma vedi, io son magretta e siamo all’osso oramai- e che alla fine poi ti mozzano la vita, il tempo eccetera.

per vincere facile
gennaio 14, 2010

dici, mi manca l’italia come è bello il  mio paese.
ah, ma allora vuoi vincere facile tu.
dice, fai l’esule che si strugge per l’italia; dice, vai a bere una rakì e piangucoli di come ti manchino le piccole cose di casa tua; dice, tipo le amichette, tipo la pizza, bè così certo siamo tutti bravi a dire che casa nostra è un bel posto.
poi però -come  sempre esageri- ad un certo punto ti sbrachi e dici dio, mi manca anche la famiglia, quei pranzi della domenica te li ricordi che belli?  e le lasagne della zia erina te le ricordi che buone?
ecco, quello è il momento in cui  la gente capisce che con te ha perso tempo più che altro, e d’ora in poi riceverai solo pat pat e pacche sulle spalle.
dici, ma a me sembrava di ricordare così.
su su, dicci la verità.
che la pizza -è vero- è tanto buona e in grecia fa cagare ma quando  poi torni e vai in una pizzeria con le luci al neon ble, tutti dicono questo posto è una ficata assoluta! e tu un po’ ti inquieti.
quando poi ordinano birra bianca da venti euro la bottiglia da bere su calici di cristallo, servita da cameriere leccaculo -un ragazzo come te ma più povero, vabbè non più povero di te ma della media del tavolo che gli è stato assegnato, sì- storci il naso; a fine serata dai un calcio sotto il tavolo ai culi impomatati dei pargoli dall’ugola dorata che gli altri si son voluti portare dietro. tutti ti guardano male, sei una persona orribile, sei criticona, antipatica.
e poi c’è il loop di zia erina: quand’è che le fate un nipotino? perchè sì, insomma, hai una certa età.
ti è tornata la memoria?
sì. occristo.
io la famiglia, la odio.
come diceva quello.
rincucci in un angolo della stanza, cominci a contare i giorni festivi che ti separano dalla partenza. lo zio gigetto ti vede perplessa, appoggia la coscia di faraona in potacchio e viene a carezzarti la testa. te lo ricordi adesso? di’, te lo ricordi eh?
ficca il ditone unto nel tiramisù e te lo mette in bocca magna cocca che sei uno stecco.
puoi vincere facile sì, ma solo dall’estero.

con gli uomini sono una segaccia
gennaio 12, 2010

io con gli uomini sono una segaccia.

indulgi tolleri ti fai fregare dai maschi. sei sempre troppo indulgente tu, lo dice anche la mia amica elisabetta tornando poi a farsi  immediatamente i fatti suoi. ma io sono una segaccia, non è che se mi fai un’osservazione generale allora poi capisco tutto e cambio no, avrei  bisogno di direttive più specifiche, sono troppo confusa.

in ogni caso già un simile altruismo è grasso che cola, almeno Elisabetta ascolta. in genere  appena attacco con la lagna del mi ha fatto questo, secondo te cosa dovrei fare io adesso? mi liquidano con un pat pat dài, non romperci i coglioni.

quindi procedo per approssimazioni, non sapendo mai quando l’indulgenza supera la soglia di una dignitosissima nonchalance  e  vira al rincoglionimento, io in genere mi mantengo su posizioni di mezzo.  così quando lui ha detto voglio entrare in polizia pensa che figata averci la pistola d’ordinanza, ho deglutito con forza  e quando poi un giorno è arrivato con la beretta 92 perchè voleva pulirla e smontarla insieme a me, anche quella volta sono restata sul vago, ho sgranato gli occhi e finto un  mal di testa. solo quando son certa della gravità del fatto reagisco con fermezza ed indignazione, ma deve essere una roba che proprio non puoi sbagliarti.

per esempio ieri il coglione  passavamo davanti al mio bar preferito, mi bacia e mi fa ti va di farti un ape? ehi tranx offro io. allora poi m’è venuto d’un tratto il  riflesso pavloviano della sopravvivenza, gli ho sfilato l’arma dal giaccone e ci ho sparato. ma proprio deve essere una roba che non puoi passarci sopra.

Dimagrisci con il medium
dicembre 14, 2009

Il giorno del matrimonio ero grassa come un menù del McDonald; tutte le spose dimagriscono io avevo conformato la mia taglia a quella relazione oleosa dove tutto era comodo e scivolava via senza doverci stare a pensare.
Tuttavia, secondo la psicologia della suocera ricca, avevo cominciato troppo presto a lasciarmi andare: qualcosa non andava. Me lo aveva detto abbracciandomi. Così qualche mese prima del gran giorno aveva invitato a casa Damiano, il suo amico speciale. Quando dico speciale intendo dire medium, considerando che la suocera aveva già accantonato da anni l’opzione di ogni attività sessuale anche extraconiugale, essendosi lei sì, lasciata andare al momento giusto, dopo due figli e una piscina riscaldata in giardino.
Damiano aveva la faccia da pretino, quello innocuo che regala santini alla fiera, per cui quando aveva detto per piacere lasciateci soli, io non mi ero opposta. Avevo trovato la cosa naturale, considerate vi prego l’oleosità della mia capacità di giudizio all’epoca.
“Chiudi gli occhi ora ”. Dopo qualche minuto in silenzio se n’era uscito fuori che dentro di me c’era l’anima di un morto che doveva essere scacciata via. “Fattelo togliere! aveva urlato dalla stanza di fianco la suocera in apprensione. Insomma mi ero ritrovata a subire un esorcismo in piena regola. Damiano, alla faccia del pretino di campagna, aveva messo su una faccia da stregone e sussurrava cose incomprensibili all’orecchio ma non parlava con me, parlava con lo spirito del morto. Io avevo cominciato a sudare freddo, figuriamoci, son cose che già ti fanno impressione a vederle in televisione su Voyager.
“Che cosa vedi?”. Mi aveva messo davanti una fotografia. Ed io, a quel punto avevo il cervello annacquato nel grasso della superstizione, avevo risposto “Satana, occristo vedo Satana!”, proprio così, ed avevo cacciato un urlo. “Bene, sei libera ora”. Quindi Damiano aveva ripreso le sembianze da pretino e se n’era andato via.
“Figliola mia, vuoi che ti faccio una spremuta d’arance?” mi aveva chiesto la suocera stringendomi con una mano e facendosi il segno della croce con l’altra. Che a quanto pare, cacciare uno spirito toglie parecchie forze.
Mettiamola così: se la psicanalisi offrisse un po’ più di suggestione saremmo tutti seduti sui lettini di pelle invece che starcene al telefono con Madame Emiliana. Perché non c’è intelligenza a cui non faccia piacere ricevere un gadget ogni tanto. E poi, va bene, considerate che in quel periodo ero ingrassata di brutto, e il colesterolo quando si deposita nelle sinapsi non aiuta il senso critico.

lo stacco dal corpo
dicembre 5, 2009

come precipitata ero. caduta di lato molto lontana. a vedere lo stacco dal corpo, il guizzo istantaneo. poi se ne andò.

Almeno scrivimi
dicembre 3, 2009

Poi un giorno è arrivata Eleonora.
Io a dire il vero non ci speravo. Quale femmina nell’era di Maria De Filippi con tutti i suoi nerboruti e palestrati valletti, avrebbe compreso la bellezza del mio pisello?
Poi un giorno è arrivata Eleonora e allora quello che ero stato non esisteva più, perchè ero una persona nuova.
No, non è vero. Il passato vince sempre.

-Stare con te è una lotta un guaio un dolore, non sei più quello di un tempo. Sei cambiato.
– Ele che minchia dici eh? Sei tu semmai che sei cambiata diocampo!
Mario, ascolta, non c’è più un sussulto tra noi, non i baci, è tutto secco. Non gliela faccio, capisci?
– No Ele, che minchia dici? Sono io -io semmai- non tu, quello che sopporta e che stringe i denti in questa storia.
-In questa storia come tu la chiami, quello che fai è digrignare nella notte, sei l’uomo strozzato dalla tua infelicità definitiva.
-Ele, cristo per una volta smettila di parlare come fossi un teatro d’avanguardia.
-È uno sfacelo Mario, un gioco al massacro. Sono tutta piena di fantasmi e di sofferenza.
-Ele. Non so cosa fare senza te. Perché non dici nulla? Perché come al solito metti il muso e rimugini? Cazzo Ele. Non fare così. Dì qualcosa. Te ne stai mica andando? Almeno scrivimi.

Francis Scott Fitzgerald diceva che la differenza tra sentimentali e romantici è che i primi credono che le cose durino, i secondi hanno una fiducia disperata che non durino. Ecco perché secondo me non sono sentimentale. Io l’ho sempre saputo che finiva così.

Hard Core diaper
novembre 12, 2009

Ora, andate al minuto 1,23 e ditemi voi: io  vedo serie tv con dialoghi che mediamente hanno questo grado di intelligenza qua, ogni tanto e con raggelante serenità guardo i tronisti di maria de filippi, per il resto tutti quelli che conosco mi parlano in greco e la maggior parte delle volte non capisco un cazzo e gli faccio il sorriso di berlusconi: cosa potrebbe sputtanare la mia vita di relazione?

La triste storia del povero Fuccio (dell’orrido Ricky non ebbi cuore di domandare)
settembre 17, 2009

Ieri sono uscita con Francesca e con Rosa. Francesca sta con l’orrido Ricky. Rosa col povero Fuccio.
“Senti un po’” -domando io ad un certo punto alcolico della serata- “ma come mai lo chiamate povero Fuccio?”.
“Allora”-mi fa Rosa pigliando un bel respiro- “a me piacciono i cazzi piccoli. Si, proprio così. Io sono una donna piena di complessi -troppo bassa troppo grassa non ho finito l’università mi mangio le unghie- e quello che non ha rovinato mia madre ci ha pensato il senso di colpa cattolico, così, insomma, a me scopare non piace e i cazzi grandi mi intimoriscono. L’uomo col cazzo piccolo invece non ha pretese, è dolce, ti sta vicino e sa apprezzare quel che viene perchè riconosce che è tutto grasso che cola”.
“Ah”-faccio io finendo d’un fiato la birra- “capisco”.
“Ma aspetta, non è mica per questo che lo chiamiamo povero Fuccio“, interviene Francesca.
“Ah no?”.
“No. Una volta eravamo ad una festa, Rosa aveva litigato con l’allora Fuccio e basta, aveva bevuto un po’…”.
“Un sacco” precisa Rosa.
“Sì, un sacco e andava ripetendo a chiunque Incredibile. Ha delle pretese. Incredibile. Giusto Rosa, confermi?”.
“Giusto, quella sera si era comportato da autentica testa di cazzo e con un pisello di nove centimetri non è che te lo puoi mica permettere”.
“Concordo -continua Francesca- “Insomma a mezzanotte arriva Rosa e ci presenta Juan Manuel, argentino con la passione per la Formula Uno e le t-shirt smanicate. Rosa dichiara: Io Fuccio lo amo ma con Juan Manuel non ho bisogno di domandare in continuazione sei entrato? sei entrato?“. Passa il cameriere, ordiniamo una terza birra. “Ecco. Da qui il povero Fuccio“.
Niente. Non ce l’ho fatta a chiedere anche dell’orrido Ricky.

Lasciarsi la domenica
settembre 15, 2009

Giovanna se n’è andata. Era sabato, volevo andare al cinema a vedere Up, invece lei m’ha lasciato.
-Non sarebbe meglio rifletterci un po’ e andarcene a vedere Up? Dicono tutti che è bello.
M’ha fatto uno sguardo truce tipo t’ammazzo non parlare t’ammazzo ma io parlavo eccome che al cinema da solo non ci volevo andare.
Giovanna, amore, perdio ma sempre il fine settimana devi rompere la minchia? Al cinema danno Up, sono tre mesi che dico che voglio vederlo, non ci proverai mica gusto eh?
E poi se n’è andata davvero, ha sbattuto la porta e son rimasto a casa da solo; non ho dormito niente e, anche se devo ammettere che giocare tutta la notte alla play station non è stato male, non potevo fare a meno di domandarmi, Giovanna -amore- ma dove cazzo te ne sei andata, eh?
Secondo il mio amico Gino se una donna ti molla così all’improvviso è perchè ha un altro che altrimenti una donna mica ti lascia così. All’improvviso.
-Eh- ho fatto e poi, già che c’ero, gli ho pure chiesto se magari ci veniva lui con me al cinema, a vedere Up.
-No, scusa ma i cartoni animati mi fanno schifo, m’ha risposto. Quando ho messo giù m’è salito lo sconforto; sono andato in cucina, mi sono fatto un frullato e mi sono messo a piangere. Che il frullato di domenica è triste assai.
Lo vedi allora quanto sei stronza Giovanna -amore- io cerco d’esser ragionevole -mi faccio i frullati invece di chiamarti ogni due minuti- ma mica ci avrà ragione Gino, mica starai andando all’Ikea col tuo nuovo fidanzato a comprare lo scendiletto a forma di cuore?
Eh?
Giovanna, amore, perdio, non si lascia un uomo il fine settimana.

pausa. sullo. struggimento. amoroso. (perdio)
luglio 1, 2009

pausa. sullo. struggimento. amoroso. (perdio).

cosa ho perso e cosa no.

ho perso il nostro amore che era -ed è- in tutte le cose. pesante, stretto, denso, una sacca gonfia e liscia, rinsaccato nei pisolini e nel domani vediamo; il nostro amore evidente e contorto -uno struzzo a due teste- insabbiato tra i cuscini del nostro appartamento ikea; il nostro amore bloccato e doloroso che ci faceva grigie zavorre nelle cucine sporche e ci congelava sotto le coperte.  ecco cosa ho perso.
il nostro amore era -ed è- in tutte queste cose che sono vecchie oggi.

e cosa no.
e cosa no, vedi, per dirlo ho domani, un’altra volta, tutto il tempo ma il nostro amore interrotto, questa assenza, durerà per sempre.

una storia d’amore oroscopo e polpette
maggio 5, 2009

Luisa sta cucinando polpette vegetali nella mia cucina. C’è poco da fare: odio quella donna. Odio le polpette che, anche se sono vegetali, lei continua a chiamare polpette. E comunque mangerò quelle dannate palle di tofou perchè ancora di più odio la discussione che altrimenti ne seguirebbe.

– ancora questa merda di soia qua. che schifo.

-non voglio che le bestie soffrano a causa mia.

– comincia allora a levarti quegli stivaletti di daino.

– almeno io la mia parte la faccio. tu invece!

adesso ti tiro un pugno in faccia, ti strappo le unghie puntute a sangue, una ad una, ti strangolo, voglio sentire le ossicine del tuo esile collo frantumarsi nella morsa del mio odio -come uomo non sono male. cinque anni fa ho lasciato legge e sono andato a lavorare con mio padre. vendo rame. conosco almeno cento diversi tipi di rocchetti, misure, grandezze, tipologie; il rame non ha segreti per me, ci so fare.

continua

sono una scaldapanche
aprile 1, 2009

-non si può mica prendere due settimante di ferie.
solo perchè è italiana.
-eh, ma la famiglia. è lontana.
è importante.
-e poi con questa crisi, le pare responsabile?
-si fotta la crisi, io già son povera.
e poi la povera madre mia, non ci vediamo mai. nemmeno sa che adesso porto i capelli di un castano più intenso.
-non può chiedere due settimane di ferie, con che faccia poi?
dica, lo sa che qui tutti hanno solo tre giorni?
-non mi costringa a scegliere tra famiglia e lavoro.
che sa, il lavoro non ha mai avuto molta presa su di me.
certo, pure la famiglia. ad essere onesti.
ma la povera madre mia, con che cuore abbandonarla?
-signorina, non insista.
-sa, la famiglia. è. tutto. devo. andare.
sa, l’imperativo. morale.
no, è che la noia.
la noia di questo lavoro m’affossa. e, guardi, solo perchè sono un cervello superiore sino ad oggi non sono impazzita con la noia mortale che mi sorbetto qui. questo lavoro è una merda, diciamocelo.
-ma signorina, la crisi.
-la crisi certo, nessuno qui che mi paghi i contributi. e mi annoio.
è finita, capisce? m’annoio.
-contributi ha detto? beh, riflettendoci bene queste ferie, si potreb…
-no no percarità! cosa vuol riflettere? riflettere fa male: basta facciamola finita. mi licenzi. e non sia gentile e comprensivo anche stavolta con me, che ci ho la famiglia lontana, che è giusto in fondo ricongiungermi con essa almeno per le sante feste, che posso pigliarmi tutte le settimane che voglio. cristo! sia cattivo e spietato! come datore di lavoro dovrebbe tirare fuori i coglioni sa, e non darmele tutte vinte.
che poi altrimenti come faccio a maturare l’insofferenza e a mollare questo lavoro noiosissimo? lei è un mostro.