Archive for the ‘dipendenze’ Category

Protetto: hai mai letto sciopenauer? leggiti sciopenauer
ottobre 20, 2010

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cosa sono i mondiali
giugno 12, 2010

-la conosci la regola del fuorigioco te?
-eh? no.
(se ne va scuotendo la testa).

come mi capisci tu
maggio 13, 2010


disclaimer: tratto da una storia vera. la crisi di mezz’età come generatore automatico di rincoglioniti.

sai, secondo lei tu non hai carattere. no, non fare quella faccia, che ci posso fare: l’ha detto lei, mica io. non è una stronza, dice quello che pensa e che ti faccia influenzare da tutta questa storia di me e lei , bè, non si può negare. guarda ora come sei tutta nervosa. siamo amici, questo lo sapevi io te l’avevo detto. nemmeno mi piace guarda. non è il mio tipo, tu invece. il fatto è che intellettualmente ci troviamo, capisci? parliamo di tutto -chessò- fotografia filosofia politica,  il tempo passa e non te ne accorgi. con te è un’altra cosa, più intenso capisci? ma in un modo diverso. è che questo sentimento mi spaventa. mi confonde. questa cosa a cui non voglio -non so- ancora dare un nome. tu sei più bella. non te li darei mica trentacinque anni, guarda, nemmeno un filo di cellulite. lei è solo un’amica, non puoi chiedermi di rinunciare ad un’amica, giusto? sì, che c’entra a letto mi sarà capitato di finirci ma poi  mi sento a disagio a tenerle la mano in pubblico, questo per te non conta niente? non fare il broncio su, sai, dovresti imparare ad essere meno musona  a farti scorrere le cose addosso. che brutto carattere che hai.  sai,  tanto quando invecchieremo saremo tutti brutti. sarò brutto io sarai brutta tu, ci appiattiremo tutti sul livello estetico che lei ha già. a volte mi domando perchè tanta fatica; cercare una donna carina e senza troppa cellulite -no, non tu amore, tu non ne hai affatto era un ragionamento così, in astratto- quando si tratta di un investimento a breve termine. tanto vale avere accanto qualcuno di cui ami la testa,  il culo tanto quello che ti piaccia o no, prima o poi ti farà ribrezzo. capisci? dio. com’è difficile. senti, ho bisogno di tempo. devo riflettere.  ti chiamo io se per te va bene. come mi capisci tu.

cose che riescono se hai amici fricchettoni ovvero quanta adolescenza ancora
febbraio 24, 2010

cose che riescono se hai amici fricchettoni.

1. impari a bere la rakì. badate, non è una cosa facile, non pensate che la si sorseggi a fine pasto come noi fichette italiane facciamo con la grappa, ah ah ah, no. i greci son cazzuti. qui ci si pasteggia. ora. io son diventata una bevitrice navigata, riesco a scolarmente tre a stomaco vuoto senza sentire niente -niente-  ed è solo l’aperitivo (vedi fotina uno).

2. impari le canzoni rebetike chè i fricchettoni ci han questa fissa del ritorno alle origini solo che poi ecco, come dire, esagerano, diventano un tantino ossessivi sul tema, decidono di partorire i figli in casa, cantano antonis il barcaiolo tutta la notte perdio, roba da saltargli al collo con la lama.

3. trovi soluzioni originali contro la noia. sapete, quell’uggia dell’ubriaco che vorrebbe far casino e invece tutti stanno cantando (ancora, sì) antonis il barcaiolo. così io -che comunque reggo benissimo, son ubriaca ma pur sempre dignitosissima, va detto- mi chiudo in bagno e sparo un po’ di pose da figa davati allo specchio, sì tipo quelle con gli zigomi alti ed il sorriso da mignotta (di queste non avrete MAI le foto).  e  poi, siccome quando hai degli amici fricchettoni antonis il barcaiolo magari ti spaventa ma la sperimentazione no, inforco un pettine, piglio le forbici (fotina 2) non ho paura, no -sono pronta. lo faccio, lo sto per fare- e taglio (fotina 3).  la sperimentazione. l’avanguardia. l’asimmetria.

robe, insomma, che facevi già a sedicianni da sobrio.

qui, le fotine.

essere carrie bradshaw ovvero vita da montanara
febbraio 18, 2010

sapete, quella cosa delle gite fuori porta per trentenni col culo a forma di frau o con la voglia matta di partire prima o poi, mollare tutto sì, perchè oddio il cemento il caos i parrucchieri con le luci al neon eccetera. il gruppo di vacanzieri è  misto -amico di coppia d’amici di amico gay eccetera- quindi poi c’è tutto lo strazio delle presentazioni -parlami un po’ di te dài, che fai tu nella vita?

i maschi non oltrepassano il loop delle premesse,  birra su birra; le femmine  invece sono più consone a quella triste capitolazione emotiva del raccontarsi le proprie intimità sessuali. nessuno fa caso all’abito, al nervo scoperto dell’ingombro da stoffe pesanti, perchè non stiamo parlando di una cosa da vip, di uno di quei rifugi di montagna superiscaldati con i lavandini flat.  no, qui c’è la stufa, una, c’è il tempo da passare seduti a presentarsi (maschi) a parlare di cazzi (femmine). nessun cervello veloce. morire. di. noia. l’unica cosa extreme è il mio mascara.

la famiglia che ci ospita vive in mezzo ai boschi. lui è andato lì per per non far crescere  i bisogni e per distruggere i palazzi e tutte le umane relazioni che li ospitano, è fanatico e settario ma senza nessuna cattiveria dottrinale -dice “voglio costruirmi una casa di paglia”. io rido “ah ah ah”, lui resta serio, “non mi pigli in giro vero?”.  “non scherzo mai su queste cose”  mi fa aggrottando le ciglia -paura- e vabbè, mi giro e ritorno a parlare di cazzi anch’io.

lei costretta dall’amore a questa vita in cui guardarsi allo specchio è un inutile esercizio di crudeltà, a questa vita fricchetton-morbosa, tipo passiamoci le canne, tipo siamo tutti una famiglia anche se solcazzo chi sei tu con quelle scarpe da fichetta di città, ti faccio vedere il mio orto?

non me ne fotte una sega del tuo orto, sono otto ore che stiamo seduti intorno a questa stufa a parlare della rava e della fava, non che io sia da meno sai, mi difendo bene anch’io nell’esercizio dell’infelicità e non sto parlando solo di alimentazione suicida eccetera. io sono la semina grottesca, sono la claustrofobica, lo so, guardami pure storta con quella mia frangetta da idiota che per vivere come fai tu ci vuole uno sguardo basso e leggero che non ho. e oggi sono carrie bradshaw.

please be kind
febbraio 16, 2010

il sarcasmo no, abbiamo detto. questo è un momento triste e solenne, bisogna essere civili.  non si tirano i piatti, ora c’è quella cosa civile della separazione dei cespiti. finito il rumore finite le grida non si piange più, siamo gente matura.

non rido sai, è solo un grumo di pignoleria che s’appunta nell’occhio. se vogliamo dirla tutta -ma non vogliamo che oddio il sarcasmo– è quel galateo vile che ti scrosta, è lo spazio profondo delle tue amarezze che battaglia le ingiustizie subite  – che del resto sostanziano l’eziologia del guarda cosa siamo diventati, quel che è giusto è giusto- eccetera.

io, fosse per me, resisterei anche alla fatica e all’assillo -voglio dire, abbiamo lo xanax abbiamo i bagni separati eccetera- poi però c’è lo scrosto, il collasso, c’è la faida domestica eccetera , ci sono tutte le ore che ti levano di corpo qualcosa finchè ce n’è da levare -ma vedi, io son magretta e siamo all’osso oramai- e che alla fine poi ti mozzano la vita, il tempo eccetera.

Microcenturie
febbraio 2, 2010

Una bella iniziativa per chi ama scrivere e per chi ama leggere. QUI.

Racconti che edificano mondi minimi di una sola pagina, universi fatti di storie interstiziali: nascono in rete per essere poi stampati e smarriti lungo i viali, sugli autobus, nelle tasche dei passanti, nascosti ma in attesa di svelamento.
Parole come matrici delle cose, anche in pagine di carta, scritte e seminate a far bastione e contrafforte al mondo, per disegnare una nuova cartografia del reale e dell’irreale.
Fiumi che scompaiono dopo un breve corso, ma continuano un viaggio carsico che rispunta chissà dove, chissà quando.
Romanzi in atto unico, dispersi per essere ritrovati e per far giungere altri fin qui, a raccontare ancora e far esistere sempre nuovi mondi.
Il progetto è aperto a tutti
“.

per vincere facile
gennaio 14, 2010

dici, mi manca l’italia come è bello il  mio paese.
ah, ma allora vuoi vincere facile tu.
dice, fai l’esule che si strugge per l’italia; dice, vai a bere una rakì e piangucoli di come ti manchino le piccole cose di casa tua; dice, tipo le amichette, tipo la pizza, bè così certo siamo tutti bravi a dire che casa nostra è un bel posto.
poi però -come  sempre esageri- ad un certo punto ti sbrachi e dici dio, mi manca anche la famiglia, quei pranzi della domenica te li ricordi che belli?  e le lasagne della zia erina te le ricordi che buone?
ecco, quello è il momento in cui  la gente capisce che con te ha perso tempo più che altro, e d’ora in poi riceverai solo pat pat e pacche sulle spalle.
dici, ma a me sembrava di ricordare così.
su su, dicci la verità.
che la pizza -è vero- è tanto buona e in grecia fa cagare ma quando  poi torni e vai in una pizzeria con le luci al neon ble, tutti dicono questo posto è una ficata assoluta! e tu un po’ ti inquieti.
quando poi ordinano birra bianca da venti euro la bottiglia da bere su calici di cristallo, servita da cameriere leccaculo -un ragazzo come te ma più povero, vabbè non più povero di te ma della media del tavolo che gli è stato assegnato, sì- storci il naso; a fine serata dai un calcio sotto il tavolo ai culi impomatati dei pargoli dall’ugola dorata che gli altri si son voluti portare dietro. tutti ti guardano male, sei una persona orribile, sei criticona, antipatica.
e poi c’è il loop di zia erina: quand’è che le fate un nipotino? perchè sì, insomma, hai una certa età.
ti è tornata la memoria?
sì. occristo.
io la famiglia, la odio.
come diceva quello.
rincucci in un angolo della stanza, cominci a contare i giorni festivi che ti separano dalla partenza. lo zio gigetto ti vede perplessa, appoggia la coscia di faraona in potacchio e viene a carezzarti la testa. te lo ricordi adesso? di’, te lo ricordi eh?
ficca il ditone unto nel tiramisù e te lo mette in bocca magna cocca che sei uno stecco.
puoi vincere facile sì, ma solo dall’estero.

Almeno scrivimi
dicembre 3, 2009

Poi un giorno è arrivata Eleonora.
Io a dire il vero non ci speravo. Quale femmina nell’era di Maria De Filippi con tutti i suoi nerboruti e palestrati valletti, avrebbe compreso la bellezza del mio pisello?
Poi un giorno è arrivata Eleonora e allora quello che ero stato non esisteva più, perchè ero una persona nuova.
No, non è vero. Il passato vince sempre.

-Stare con te è una lotta un guaio un dolore, non sei più quello di un tempo. Sei cambiato.
– Ele che minchia dici eh? Sei tu semmai che sei cambiata diocampo!
Mario, ascolta, non c’è più un sussulto tra noi, non i baci, è tutto secco. Non gliela faccio, capisci?
– No Ele, che minchia dici? Sono io -io semmai- non tu, quello che sopporta e che stringe i denti in questa storia.
-In questa storia come tu la chiami, quello che fai è digrignare nella notte, sei l’uomo strozzato dalla tua infelicità definitiva.
-Ele, cristo per una volta smettila di parlare come fossi un teatro d’avanguardia.
-È uno sfacelo Mario, un gioco al massacro. Sono tutta piena di fantasmi e di sofferenza.
-Ele. Non so cosa fare senza te. Perché non dici nulla? Perché come al solito metti il muso e rimugini? Cazzo Ele. Non fare così. Dì qualcosa. Te ne stai mica andando? Almeno scrivimi.

Francis Scott Fitzgerald diceva che la differenza tra sentimentali e romantici è che i primi credono che le cose durino, i secondi hanno una fiducia disperata che non durino. Ecco perché secondo me non sono sentimentale. Io l’ho sempre saputo che finiva così.

Love kills
novembre 30, 2009

Giada.
Amava il mio lato rock fresco ed ingenuo, le selezioni dissociate con Janis Joplin e Fausto Leali che confezionavo per lei. Avevo anche convinto mia madre a comprarmi un Technics 1200 così rinunciando alle vacanze estive.
Non si può avere tutto nella vita, tesoro.
Nell’ultima primavera del liceo io e Giada ci eravamo messi insieme baciandoci con gli occhi chiusi sotto un acero.
Quel pomeriggio era scivolato veloce ed il tempo con lei sembrava finire sempre troppo presto. Avevo riaperto gli occhi, già erano passati tre mesi.
Tre mesi di risalite lungo tutti i diciassette tornanti che ci separavano -Giada era di Valle Scappuccia così ogni giorno prendevo il motorino ed andavo da lei. Cercavo di portare la nostra relazione ad un livello, diciamo, superiore; non importava quanto ghiacciate potessero essere le mie palle -che provatevi voi a fare Fabriano/Valle Scappuccia a Marzo- io avevo la tenacia ormonale che mi sosteneva.
A giugno finalmente avevo percorso per intero la discesa della sua gonna ed ero riuscito a conquistare un lembo di pelle.
Giada si era irrigidita, io già inesperto di mio non avevo saputo che senso dare a quel rigor mortis.
Che faccio? Continuo? È timida, non vuole?
Avevo sentito sotto di me quell’incastro di ossa dure minacciarmi ed ero entrato nel panico.
“Giada?”.
Lei non parlava, se ne stava con la bocca serrata e gli occhi chiusi ad attendere l’ineluttabilità del cazzo. Così avevo imboccato la via che credevo più semplice per uscire da quel punto morto.
“Io ti amo”.
Certo che in quel deserto fallico, dove solo il mio pene s’erigeva in mezzo ad un tragico nulla, una cosa del genere l’avrebbe convinta.
Invece il sabato successivo Giada mi aveva lasciato davanti ai campi di lavanda: “Mario sono confusa, lasciami del tempo per capire. Achille dice che in questi casi è meglio rallentare”.
“Chi cazzo è Achille?”.
Poi era arrivato l’esame di maturità ed io avevo fatto una scena muta da manuale, stavo soffrendo come un cane e nessuno doveva avere dubbi a riguardo.
E quando l’estate tutti erano partiti per la Costa Azzurra avevo pensato beh almeno ho il giradischi.
Che nello straripante mortorio della mia vita, solo la musica m’aveva dato soddisfazioni vere, eppoi quel lato rock poteva tornarmi utile anche in futuro.
Coltiva la passione, m’ero detto.
Poi invece, quando ero finito a cantare every time you go away ad occhi chiusi avevo capito che era arrivato il momento di finirla lì con la parentesi rock.

Hard Core diaper
novembre 12, 2009

Ora, andate al minuto 1,23 e ditemi voi: io  vedo serie tv con dialoghi che mediamente hanno questo grado di intelligenza qua, ogni tanto e con raggelante serenità guardo i tronisti di maria de filippi, per il resto tutti quelli che conosco mi parlano in greco e la maggior parte delle volte non capisco un cazzo e gli faccio il sorriso di berlusconi: cosa potrebbe sputtanare la mia vita di relazione?

Gotta be strong
ottobre 22, 2009

oh my

L’altro giorno mi faceva male l’alluce. “Cosa può essere?” chiedo. “E’ la gotta” mi fa lui, “la riconosco, mio padre ce l’ha”. Ora.  L’esser malaticcia il più delle volte mi eleva ad esistenza pallida e sofferente, le persone cagionevoli di salute attirano compatimento e sono tanto sensibili per cui va bene.
Non si può ignorare però l’efficacia suggestiva di un nome.
Se dico che ho mal di testa penseranno poverina quanto pensa, cervellotica.
Già col mal di pancia ho più di pudore, dove è la zenzibilità in un intestino bloccato?
Ma la gotta.
(Anche se non so cos’è la gotta).
La gotta no.
Perdio.
Persino il mio amico Juan il fricchettone  -per lui tutti gli esseri umani hanno pari dignità, figuriamoci le malattie-  si è messo a ridere quando gli ho detto che  forse ho la gotta.
AhAhAhAh, non la smetteva più, AhAhAh ma la gotta è roba da vecchi, io facevo un sorriso tirato, AhAhAh, ma intanto mi era salito lo sconforto. Perchè, ditemelo voi, quale fascinazione resta ad una donna con LA GOTTA EH?
Sì sì sì lo so, tutto questo ha a che fare con la mia insicurezza bla, dovrei fregarmene bla, rielaborare i traumi infantili bla.
No. Io alla rielaborazione preferisco la rimozione, così ieri mi son vista Battlestar Galactica The Plan che ormai sono ad un punto di assuefazione tale alla serie che non capisco più se mi piace oppure no, cioè succedono cose che un po’ dici ma che minchia fanno?
Ma a quel punto basta invocare la cosa della sospensione della realtà, “Ah beh allora non parlo più” mi dico e poi io sospesa dalla realtà ci vivo: nella mia vita ho studiato solo codici e sentenze e son scappata in Grecia ad insegnare grammatica in greco, per forza che poi mi bevo ogni cagata.
E comunque, quando mi sento triste per via della gotta, il mio lavoro mi aiuta; penso allo sguardo vitreo di Aris ieri sera: “Aris, allora come-ti-chiami? Rispondi dai”.
Aris barcolla suda, allunga l’occhio al quaderno del suo compagno di banco.
“Aris” lo incoraggio ” dai, io-mi-chi… rispondi, io mi-chia… io mi chiamo…”.
“Sa…Salonic?” fa con labbro tremulo.
La gotta forse è niente.

è stata una cosa da poco la giovinezza
settembre 23, 2009

Anni: quarantadue oggi.
Tutti mi chiamano, mi dicono auguri Adriana! Ci vieni stasera al ristorante giapponese?
Ma non so, rispondo io.
Nella mia età di mezzo, cosa vengo a fare.
Che senso ha uscire adesso che la mia pelle è un laghetto ghiacciato e teso dall’acido ialuronico?
Sono ancora bella?
Quanti uomini ho beffato col mio piglio da ninfetta.
Mi sembrava di esser scivolata sulla mia età, avevo questa serie nevrotica di fidanzati giovani; una matassa d’affetti fatta di ragazzini senza peli e troppo melensi, di ex fidanzati rigidi, di piscina e discoteca, magrezza e minigonne.
Percorrevo le giornate sulla superficie levigata di una gioventù tardiva probabilmente ma comunque bene accetta, scoppiata all’improvviso sopra la pelle e generatrice di una corsa degli eventi elementare e spensierata.
E sempre mi lagnavo che ero stanca che avevo bisogno di riposo, di stare lontana per un po’ dalle scene, imbruttirmi, restare con i miei cinque chili di troppo, essere depressa e quarantenne.
Poi stamattina mi son vista il culo allo specchio.
Un culo di merda.
No.
Non sono bella.
Riposo un cazzo -mi son detta infilando una siringa di botulino sulla chiappa- che ci facevo dentro casa quando non avevo ancora la pelle ispessita dall’esposizione solare prolungata?

E’  stata una cosa da poco la giovinezza.

sfogati bolsa
febbraio 10, 2009

lei è la bolsa, la zavorra e pisolara, indugia settimane su letargiche esitazioni: “uscire? no, si, boh, ma vediamo come va dopo il pisolino”, è lei, è la parte bolsa e zavorra di questa coppia di cui lui invece è la porzione giovane e sballona.

così, in schizofrenica alleanza, procedono compatti all’evento sociale concertistico del sabato sera. ma la location la coglie impreparata:  “cribbio! doveva essere un concerto post rock ma qui è un covo di metallari!” e mentre i borchiati capelloni salutano la band con sussultorie fraterne craniate lei, così  bolsa e pisolara, s’irrigidisce: ” diamine!  qui mi tocca l’esibizione! una performance sociale troppo alta per il mio standard sedentario!” s’ agita -poverina-trattiene lo sbadiglio s’irrigidice ma le viene il cagotto metaforico. “come son moscia e fuori posto”.

anche la sua amica, la buona, la rispettosa di tutte le creature del mondo e delle piante,  le domanda, sputacchiando il dolce che le si sta offrendo “ma te, non ti senti una merda a startene sempre a casa, tu?”

“no. per nulla. affatto. io sto bene” e cos’è questa regola scema del sabato sera – si domanda la bolsa, lei, zavorra e pisolara ma svelta nell’anarchica polemica- che da anni mi tormenta, che sin da adoloscente m’ha relegato tra gli sfigati i mosci i bolsi?  sarà figo andrea maresca allora che tutte le notti fa le sei epperò per vedersi i negramaro o il film ultimogrido di  opzetek -o come diavolo si scrive- e che dice evviva fabio volo meno male fabio volo che s’iscrive nottetempo al gruppo brunetta santo subito  che noi di facebook siam dei ribelli e poi scrive una lettera  d’odio e piena di grumi di faccine e di kappa alla sua ex.

e che si sappia: se uno ti offre un dolce te lo mangi e zitta.

alla ricerca di me stessa
gennaio 27, 2009

-dottore, mi aiuti, sto male.
-la capisco signorina, il mondo in cui viviamo è cattivo.
-eh, si.
-ci si dispera per il gorgo della psicosi.
-già, il gorgo, infatti.
-poi ci sono i tentacoli delle contraddizioni e, come non bastasse, la nostra vita è uno schizofrenico ginepraio di vischiosi sensi di colpa veteroborghesi e di urgenze neoproletarie.
-minchia, che schifo.
-senza contare gli sfigati.
-’nfatti.
– gli amatoriali del musical.
-orrore.
– quelli che per reggere virano al misticismo o-peggio- alla newage.
– ‘mbecilli.
– e ci sono i fottuti cervellotici. grassi rompicoglioni macchinosi, paranoici e asociali che devi stare attento a come parli, non puoi fare battute che la prendono sul personale e allora poi vengono da te e ti dicono: “chiariamo“.
-NO, VACCAPUTTANA! CHIARIAMO NO!
-invece si, se ne faccia una ragione signorina, è così. essi ci saranno sempre a rovinarle la giornata con quella loro inossidabile indole da scassaminchia.
-dottore, mi aiuti, la prego.
– eh, signorina, qui bisogna operare una riduzione delle complessità.
– mi pare logico.
– facendo per esempio ricorso ad accorgimenti minimi. per esempio, scommetto che lei non fa uso di faccine, quelle signorina, sono indispensabili, quelle fugano ogni dubbio nell’interpretazione.

– ma dottore, CHE CAZZO DICE? CHE CAZZO DICE?? CHE CAZZO DICE???

il dialogo si interrompe qui per mancanza d’ispirazione.