pochi principi per un cooperatore internazionale

vee speers

sicchè si sta andando a sarajevo a fare non so bene cosa, del resto ho il sospetto che neanche i cooperatori internazionali lo sappiano, ma non sono preoccupazioni che ti vengono quando sei impegnato in incarichi  pericolosi ed altamente umanitari.  

percorriamo la statale mostar-sarajevo risalendo la neretva con le sue acque torbide  e -mi pare- ringhiose.  qui si mette male -penso- è un niente slittare sul ghiaccio. “cazzo paolo va piano” ma il cooperatore internazionale più anziano è troppo preso dalla sua necessaria missione. inoltre sta avendo un qualche transfert edipico sul mezzo meccanico, per cui non si cura troppo della mancanza di asfalto e di ponti e spinge i pedali.

dopo un’ora di viaggio il cooperatore anziano supera un camion di patate in curva, ci mettiamo le mani davanti agli occhi e facciamo bene perchè ci ritroviamo davanti ad un ponte bombardato. a quel punto anche l’altro cooperatore internazionale, il moderato, comincia a cagarsi sotto. “dobbiamo fare qualcosa”. “ora lo faccio parlare così si sfoga con me”. “genio”.

e così ci becchiamo per il resto del viaggio il suo transfert passivo-aggressivo ma  almeno ci salviamo la vita. percorriamo il viale dei cecchini e pensiamo siamo arrivati, siamo vivi, che bello.

inizia la missione. “andiamo”, dicono in coro. io, che sono solo ospite, scatto fotografie  ma i cooperatori non gradiscono affatto quella mia profanazione vacanziera di luoghi violentati dalla guerra. “non fare la turista” e mi requisiscono l’inopportuna strumentazione. dopodichè ci avvicinano dei tipi a venderci occhiali dolcedigabbana e, siccome gli operatori internazionali per indole e per professione sono cooperanti, gliene comprano tre paia.

“ora possiamo andare”, dice il cooperatore anziano infilandosi il nuovo paio dolcedigabbana. così entriamo in un vecchio palazzo del centro, dislocamento italiano dell’ambasciata italiana. i due siglano il foglio di presenza – “è fatta, ora si va a mangiare in un ristorantino che conosco io”- dice l’anziano.  non faccio domande. il posto è carino ma non  lo dico, rischio di sembrare troppo presa da questa pausa turistica. “che portino il vino” fanno all’oste, concedendosi quella giusta pausa dopo la tensione di un compito importante.

“ahi”, penso mentre i due si coprono gli occhietti vitrei coi loro occhiali neri fascianti, “qui mi tocca guidare al ritorno”.  “tanto adesso, non occorre fare di fretta” mi spiegano. ubriachi si, ma non al punto da dimenticare chi sono e si oppongono fermamente alla mia richiesta di rientrare in possesso della macchina fotografica.

“è per principio, sai”. “ma io volevo un ricordo di questa gita”. mi guardano inorriditi, non possono credere alle loro orecchie. “no, cara, non ci siamo” fa l’anziano. “è una missione questa”. sgrana gli occhi “ca-pi-sci quel-lo che di-co?”. come se fossi sbronza.

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2 Risposte

  1. spassosso. come sempre

  2. assisti

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