Epifanie

Cinque e trenta del mattino. D’un tratto m’afferri il collo e stringi. Ho capito: te la sei presa perchè ieri sera t’ho detto _sciò, sciò, non fumarmi in camera puzzi_ ma insomma pure tu; un moglicidio. Che farai quando ti costringerò a lavare il terrazzo?

E quindi adesso nel giro di tre secondi, prima che sia troppo tardi, prima che muoia, devo pensare ad un sacco di cose: a come sottrarmi dalla morsa della tua presa, a come vendicarmi se riesco a salvarmi. Cosa racconterò agli amici, ai parenti? Ti ucciderò e, nel caso, mi costituirò parte civile? Comunque, fottuto ammazzatore di mogli, non pensare di cavartela con un semplice vaffanculo. Se la scampo, per un tentativo di asfissia nel sonno, con tutta l’aggravante di aver profittato della mia inutile notturna capacità di reazione, almeno almeno c’è del gran dolore fisico. Cazzo. Volevi asfissiarmi. Ci vuole pelo sullo stomaco.

Ma sono svelta. Ti ficco una ginocchiata sulle palle, tu gemi _era una signora ginocchiata_ t’accartocci ed io m’alzo. Ecco, adesso sono libera e, col cavolo, non avrò pietà di te. Infame, infame, solo un mese fa stavamo giurandoci amore eterno ed ora mi volevi strozzare. Perchè? Che t’ho fatto, che t’ho fatto? 

Ma, ecco. Mi sale un calore inatteso, divento morbida e allora penso che _cristo_ questa si che è passione! Eros e thanatos, che meraviglia. E tu non sei mica uno di quegli stupidi intellettuali magretti con la montatura di celluloide nera che cercano di farmi sussultare con la loro visione filosofica della vita, no. Sei tutto maschio e mi hai appena sbattuto in faccia la violenza dell’amore, mi hai trascinata sul fondo ed ora posso vedere la verità. La verità! Lo sporco, il fango, la nostra radice infangata e noi che insieme andiamo allo scrosto, nel gorgo infame, noi siamo nella vita, siamo nella vita perdio! E’ incredibile. Sto. Avendo. Un’epifania. Cazzo.

E mentre sono lì che sviscero, trito e  partorisco l’antica creatura selvaggia che è in me, d’un tratto, capisco. Mi rendo conto. Un fraintendimento. Un banale quiproquo. Povero caro, t’era venuto un crampo alla gamba mi dici. Il tuo era uno scatto, un automatismo e manco eri sveglio, dormivi. Perchè m’hai dato un calcio sui coglioni? Sei scema?

Allora, dimmi: hai quasi ucciso tua moglie ed era solo un crampo? E’ questo? E’ così? Sette e venti. Prendo una decisone: d’ora in poi camere separate e, fanculo le epifanie, mi vado a finire il barattolo di nutella.

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2 Risposte

  1. ah, la fantasia di questa donna, l’immaginifico potere delle parole! pare vero, ma non lo e’. mi rivolgo in particolare alla suocera, non e’ vero signora, guardi, sua figlia mi picchia nel sonno e poi si inventa ‘ste storie per autoassolversi da tutti i peccati. ma e’ solo fantasia, a parte la nutella schiantata

  2. la suocera t’assolverebbe comunque. qualsiasi cosa faccia. maledetto procacciatore di dote.

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