Meccanismo perfetto

Torniamo a quell’inizio d’estate in cui avevo croste di lacrime secche attorno agli occhi. Di notte aveva infilato la mano tozza dentro le mutande ed io, come sempre, gli avevo fatto credere di dormire un sonno profondissimo e neppure allo schiocco delle dita vicino all’orecchio mi ero svegliata. Niente sesso stavolta dunque. Per me era uno sforzo triste allargare le gambe per consentire una penetrazione indesiderata. Ma di questo non si tiene conto? No signore. Povero uccellino di mammasua. Non divaghiamo. Lui infila le mani dure e cerca soltanto un varco ma questa volta trova un pertugio secco.

Non importa, continua a scavare, zitta e scopa, aspetta che si gonfino le mie labbra; delle mie in attesa –io esile- io inghiottita da chili di bava, quel lungo attimo ed in quell’affanno resto con le mani morse in una clessidra di piombo. Nulla, nessun balsamo per quelle mani che svuotano e che diventano dispositivo di tortura. Nella testa una nenia rintocca di quando sei ancora piccolo. 

Il meccanismo e’ facile e’ duro e’ padre e’ madre, come lordo spettro di docile aspetto. Larva io muta, dimmi tutto, fammi fare, staro’ buona in fondo al mare, lascia che sia una brava scolara, l’anima smerciata per un poco di cioccolata.

No no nulla da fare, rien a faire, no me gusta hombre. Ad un certo punto su un’incerta linea arriva una carezza di mani piene di punte. Colpisce l’ammutinamento, mi prende per i polsi e me li strizza, mi crocifigge sulla testata del letto e dice non troverai mai nessuno disposto ad amarti tanto come me. Piange. Soffre perché mi ama e non può avermi, perché mi fa tanti regali e non mi compra mai del tutto, perché mi porta al ristorante ma resto affamata. Ma non di lui, di lui no. Fa bene a colpirmi, capisco.

Amore amore ci fai soffrire. L’amore è questa gabbietta per uccellini piccoli? Tanto ci sono le fate. Poi quella volta non ci fu nulla tra noi, ma i polsi mi dolevano, il sangue batteva forte nella strettoia scavata dalla percossa. Sola, solissima, la persona piu’ triste della terra piu’ di ogni fame nel mondo di ogni guerra strage malattia incurabile.

La fata magica si avvicina al mio orecchio triste, bisbiglia. E’passata. Senti. L’aria. E’bello. E’bello? Si è bello fata. Fatina, senti, dicono cose cattive sul tuo conto, dicono che sei fuori dal mondo che non sai amare. O certo loro non sanno che tutto io vedo, che io tutto so e agita le sue antennine gialle e verdi e ne escono grilli e polli. Ieri notte lui mi ha fatto male fatina; piagnucolo mentre un animaletto mi lecca la pancia. Mi ha preso per le braccia e mi ha urlato tu non sai cos’e’ l’amore non sai un cazzo dell’amore.  O povera piccola dice la fata magica e mi guarda i polsi, vedi? Mi fa vedere due minuscoli segni sulla pelle quasi due punturine rosse. Lo vedi? Sono solo due piccolissimi ematomi rosa quasi una beccata dei miei polli. Su, su non piangere più tesorino. O fatina, ma avrebbero dovuto essere enormi, avrebbero dovuto essere due stigmate sanguinanti. O che sgarbo che mi ha fatto. Quando mi ha spinto ho pensato ecco adesso e’ finita, stavolta mi lascia, ha scoperto che razza di carogna sono. La magica fatina si stacca un’antennina e me la porge: e’ uno squisito lecca lecca al limone, poi dice lui era stato avvertito, glielo avevi detto che sarebbe andata cosi’ tra voi ma non se ne e’ preoccupato troppo. Ecco. Adesso e’ finita. Sarà fatto quel che deve essere fatto e svolazza via insieme a tutti i grilli e i polli che in un baleno tornano dentro l’antennina giallo verde.

Io oggi sono fredda anche se fuori c’è il sole, sto calma e sono stanca. Tu avevi gli occhi rossi che mi dicevano vaffanculo razza di stronza mi hai rovinato tutto. La fatina non vuole che mi si dica così. Sono venuta da te anche per scappare dall’amorevole padre che mi voleva tanto tanto bene che mi costringeva alle cure medicamentose, alla benevola e persistente successione di chiarimenti.  Erano urla dentro di me, una scenata in grande stile, ma io nemmeno muovevo la testa. Adesso ho due minuscole microsomiche stigmate sui polsi. Me l’aspettavo, non ne sono sorpresa,  è così che deve andare.

E’passata. Senti. L’aria? E’bello? Si è bello. Tuffo. Otto sette sei, sono in balia di un vento dolce di glassa di zucchero di mela e pesci di zucchero filato. Cinque quattro tre due uno.

Annunci

2 Risposte

  1. ma allora lei, signorina, non scherza sempre?! o sbaglio? no, direi di no.

  2. no per fortuna no, eh

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: